La “missione grandissima” di Padre Pio collegata al Terzo Segreto di Fátima

IN UNA TELA CAMPOBASSANA RIEVOCATA L’APPARIZIONE DELLA MADONNA NEL 1905: PRECEDERE ED ASSISTERE COLUI CHE “SALE IL MONTE”

«Nell’aprile del 1968, cinque mesi prima della sua santa morte, (Padre Pio) raccontava che, da giovane neo-professo, nel 1905 da S. Elia a Pianisi si portò a Campobasso al Santuario del Monte, affidato in quell’anno alla custodia dei Cappuccini, assieme ad altri studenti, per aiutare alle sacre funzioni e vi si trattenne per alcuni giorni»[1].

“Cinque mesi prima della sua santa morte”: espressione sibillina adoperata da colui che è considerato il massimo biografo del Santo del Gargano, padre Alessandro da Ripabottoni, lui che pure conosceva documenti e notizie riservatissimi che non sono ancora stati pubblicati: «gli archivi non svelano i loro segreti tutto in una volta»[2].

Chi non è mai stato nel capoluogo molisano – ed io lo conosco ben poco –, forse non saprà dove il Santuario della Madonna del Monte si trovi: nel punto più alto di un colle ora verdeggiante, all’epoca piuttosto brullo, che domina l’abitato medievale steso ai suoi piedi, mentre la città murattiana si organizza, ordinata nei suoi assi stradali, nel pianoro ondulato sottostante. Per arrivarvi Fra Pio doveva salire alcune centinaia di gradini e, dopo di quelli, una ripida stradina che, dopo aver superato il Castello Monforte, conduceva al Santuario mariano, dove avrebbe alloggiato.

“Salire il Monte” – quello più a portata di mano, lì a Campobasso – era dunque già un’azione concreta che il Fraticello imparò a intraprendere. Qualche biografo[3] ricorda opportunamente la penosa salita dell’erto cammino, quando una ragazza lo vide in quello stato pietoso – era affetto da stipsi cronica –, conservandone il ricordo: appoggiato ai muri delle case, spesso in sosta prima di raggiungere la meta. Tra i frequentatori della chiesa mariana s’era poi sparsa la voce che fosse tisico e si aveva timore ad avvicinarlo. Il Fraticello ne era cosciente e in cuor suo chiedeva alla Vergine lì venerata di ottenergli la guarigione.

“Salire il Monte”. Azione che dovremmo definire non semplicemente fisica, ma liturgica. Da quando, l’anno prima, era stato trasferito a Sant’Elia, la montagna garganica gli appariva ogni mattina all’orizzonte, proprio da quel conventino poggiato sul crinale di una rigogliosa collina rivolta verso il Tavoliere delle Puglie. I colloqui col Cielo gli fecero a poco a poco comprendere[4] che avrebbe dovuto infine “salire quel Monte” azzurrino che gli appariva da lontano, dove egli avrebbe visto le sue mani, i suoi piedi e il suo costato trapassati e sanguinanti. Perciò “salire il Monte” si rivelava essere per lui un programma di vita, poiché per cinquant’anni, proprio da quelle cime, egli avrebbe offerto a Dio il suo sacrificio accettabile, unito a quello del suo Signore.

Ma quei tempi erano ancora lontani, perché egli era un giovane – aveva allora diciott’anni – che si affacciava alle responsabilità della vita, in quella città di alta collina dove si trovava. Qui, il 15 agosto del 1905, solennità dell’Assunzione di Maria, mentre se ne stava nella sua celletta di fortuna, che egli aveva realizzato alla meglio con alcune assi di legno all’interno del Santuario, ebbe l’Apparizione della Vergine. La Madonna gli si mostrava in una chiesa a Lei dedicata, nel punto più alto della città: segno sublime!

 

Cosa sappiamo noi di questa Apparizione della Vergine nel Santuario campobassano dei Monti? Tutto quello che è possibile conoscere lo si legge, oltre che da quelle poche fonti scritte disponibili[5], in una grande tela che campeggia in una saletta in fondo alla navata destra della chiesa, proprio dove l’Apparizione avvenne. Il committente dell’opera fu padre Pellegrino Funicelli da Sant’Elia a Pianisi, colui che per diversi anni fu assistente di Padre Pio ormai vecchio, vegliando in special modo sulle sue movimentate notti, e che del futuro Santo conosceva segreti del corpo e dello spirito, fino a riportare in una sua “Memoria”[6] il racconto delle sue ultime ore di vita, letta in ogni chiesa nella quale, il 22 settembre, si ricorda il suo Transito. Fu lui, in qualità di guardiano del convento dei Monti, a commissionare nel 1971 al pittore campobassano Amedeo Trivisonno un grande quadro che avrebbe dovuto celare il cosiddetto “Segreto di Padre Pio”.

Ricordiamo che la necessità di un siffatto modo di procedere nasceva dal forte contrasto che ancora suscitava la figura del Frate di Pietrelcina, che ebbe avversi certi settori deviati della Chiesa Cattolica per un’intera vita, sin dalla sua stigmatizzazione: lo “scandalo della Croce”, che lui riproponeva nel suo stesso corpo, era segno di contraddizione che in questo nostro ultimo tempo viene ahimè sempre più rigettato da larghi settori della Chiesa. Era dunque consigliabile, anzi doveroso, muoversi con prudenza. E tuttavia altrettanto doveroso consegnare ai posteri, a chi avrebbe avuto le chiavi materiali e spirituali per risolvere l’arcano, una rappresentazione iconografica chiara e definita sulla quale basarsi per raggiungere il suo pieno svelamento.

 

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, nell’incipit di una delle loro ultime fatiche letterarie, si soffermano su questo dipinto con queste parole:

«Quanto al quadro o all’affresco di cui parlavano, buio assoluto. Nella vasta letteratura sul padre, se ve ne è traccia, non deve essere così visibile. Ma, forse, è proprio per questo che bisogna partire da là. […] L’opera è collocata dietro l’altare della cappellina laterale dedicata al santo, ricavata a destra dell’ingresso. I pellegrini di San Giovanni Rotondo avevano ragione. La precisione della scena narrata dice di un fatto realmente accaduto e, con la sua sobrietà e il suo rigore, fa da contorno e protezione a un dialogo percepibile solo ai due protagonisti. “Il santo e il suo segreto”, avevano detto i nostri involontari informatori. E potrebbe persino essere il titolo del quadro».[7]

La tela è di grandi dimensioni – metri 3,30 x 1,70 è scritto in qualche guida – e tre sono i Protagonisti principali: la Vergine Assunta occupa la parte sinistra del dipinto. Attorniata da quattro angeli, indossa una veste candida orlata d’oro, ricoperta in parte da un manto azzurro che le copre la spalla sinistra, mentre l’altra è lasciata scoperta. Dal capo scende un velo rosaceo trapuntato di stelle. L’incarnato roseo del volto è concluso da una fascia a girocollo sopra la quale sono incise tre parole, “Magnificat anima mea”, quelle che diedero inizio al suo cantico di ringraziamento, quando già incinta per opera dello Spirito Santo fece visita alla cugina Elisabetta (cfr Lc 1,46). La Madre è dunque in attesa del Figlio, che Ella dovrà partorire[8] (Ap 12,2), e allo stesso tempo Assunta perché, come vediamo, la Corte celeste Le fa corona intorno. Ed anzi, proprio la sua Corredenzione sulla terra, dov’è stata arcanamente unita a Gesù Cristo fin da tutta l’eternità «con uno stesso decreto» di predestinazione[9], Le ha meritato questo singolare privilegio[10]. Questa rappresentazione iconografica, che parrebbe insolita, cela in verità una parte del “Segreto”. Lo vedremo meglio.

Le mani della Vergine indicano gli altri due soggetti della scena: al centro compare Colui che per antonomasia “sale il Monte”. Muove difatti i primi passi lungo l’erta, Cristo con indosso la sua tunica purpurea. Già flagellato e coronato di spine, s’avvia verso l’ultimo atto del suo personale dramma. Le sue mani scavate afferrano il Legno dove verrà suppliziato; sfinito, curvo sotto il suo peso, mentre le ginocchia faticano a trovare un passo dopo l’altro e sembrano cedere.

Azione collocata in un passato storico – 7 aprile dell’anno 30, dicono i più accreditati studiosi – e in un eterno presente, perché ogni sacerdote che si muove verso l’altare la ripropone fattivamente, fino a consumare quel Sacrificio portato a termine dall’uomo dei dolori che sale al Golgota. “Salire il Monte” è perciò un’espressione che potrebbe essere meglio tradotta, con parole liturgiche, adoperando quelle articolate dal labbro del consacrato che s’accinge a celebrare la Messa nell’Antico Rito: introibo ad altare Dei, salirò all’altare di Dio (cfr Sal 43,4) .

Il centro della scena che ammiriamo in questo quadro è perciò rappresentato da un’azione sacrificale che prelude all’immolazione dell’Agnello di Dio. Il centro della scena allude dunque alla Messa. Da vecchio, Padre Pio avrebbe ripetuto più volte: «Il mondo potrebbe stare anche senza sole, ma non può stare senza la Santa Messa»[11]. Quante volte nel cuore della notte si sarebbe destato, quasi di soprassalto, e avrebbe chiesto quante ore mancassero alla sua Messa; e proprio a padre Pellegrino, nel corso della sua ultima nottata, avrebbe ricordato, a suggellare quella vitale premura verso la quale si sentiva vincolato: «Uagliò, a’ ditte a messe?»[12].

 

Ma ora, in questo frangente raffigurato nella grande tela campobassana, egli si trova in questo Santuario mariano e la Madonna si rivolge proprio a lui, additandolo: «È lui! È mio Figlio, il Salvatore del mondo che si avvia a compiere il suo Sacrificio redentore. Sarai sacerdote come Lui. Seguilo fino alla Croce. Questa sarà la tua missione».

“Missione grandissima”: davvero! Al solo intravederla, forse già un poco intuirla, il giovane Frate cade in ginocchio al cospetto di Colei che gliela comunica; e la postura che egli assume ci fornisce ancora un altro particolare del “Segreto” che gli veniva rappresentato, che l’artefice dell’opera pittorica conosceva, seppure per sommi capi e senza intenderne appieno il significato, per averne ricevuto particolari dal religioso committente. Torniamo perciò alla Croce di Cristo:

lo stipes – il segmento verticale che andava conficcato nel terreno – va a trovarsi esattamente in corrispondenza della mano destra del Fraticello, che si stende a palmo aperto verso la Vergine, come se l’afferrasse. Prendere la Croce e seguire il Signore. E il giovane Fra Pio, una volta ordinato sacerdote, non solo l’avrebbe presa, ma l’avrebbe abbracciata. Del resto, l’atteggiamento che egli assume naturalmente, una volta buttatosi in ginocchio, è già quello che ripropone la Crocifissione: a braccia spalancate, nell’atto solennissimo di accettare il suo Martirio riparatore, così come la Vergine gli chiede, finendo concrocifisso con Cristo. Quelle sue mani che vediamo libere da segni, qualche anno dopo si sarebbero ricoperte delle piaghe della Passione, dapprima inavvertibili alla vista, ma poi, e per cinquant’anni esatti, visibili e definitive.

Ecco che già il “Segreto” comincia a disvelarsi alla nostra indagine; e alcuni particolari, pur essi raffigurati nella tela, spiegano in che maniera la sua “missione” si sarebbe svolta. Dietro di lui, infatti, accostati alla parete, compaiono un inginocchiatoio e una semplice sedia impagliata: gli “strumenti di lavoro” del suo sacerdozio che più avrebbe adoperato, soprattutto negli ultimi anni, per amministrare il sangue di Cristo, mediante il sacramento della Confessione. Con un’unica sostanziale differenza, che avrebbe fatto di Padre Pio da Pietrelcina un confessore unico al mondo, poiché egli avrebbe partecipato a questo atto sacramentale personalmente, quasi inchiodandosi alle tavole del confessionale, unendosi a quel riscatto come mai nessun altro. Sarebbe stato mediatore singolarissimo del perdono e della grazia che avrebbe trasmesso ai penitenti: mediante il sangue. Proprio per questo, ripiegato sulla sedia da lui occupata, sta un asciugatoio, che di quel sangue si sarebbe dovuto impregnare, facendosi materiale Sudario del suo corpo piagato.

“Missione grandissima”: davvero! L’unico sacerdote nella storia della Chiesa che avrebbe portato i segni della Passione del Signore. E quando li avrebbe avvertiti, definitivi e dolorosissimi, proprio il suo Gesù gliene avrebbe spiegato il motivo: «Ti associo alla mia Passione!»[13].

Quando, alcuni anni dopo, avrebbe percorso molta altra strada per arrivare alla piena comprensione del “Segreto”, avrebbe ricordato con un sorta di composto sconvolgimento quei momenti: in una lettera scritta nel novembre 1922 alla sua figlia spirituale Nina Campanile, quel Frate qui ritratto avrebbe adoperato, dialogante con Cristo,  proprio questa espressione: «tu qui mi ascondesti agli occhi di tutti, ma una missione grandissima avevi fin d’allora affidata al tuo figlio: missione che a te e a me solo è nota. Mio Dio! Padre mio! come ho corrisposto a siffatta missione?!»[14].

 

Qual era dunque questa “missione”, nota al Figlio e – dobbiamo credere –, anche alla sua dilettissima Madre?

Innanzitutto, come di primo acchito lasciava intendere l’immagine campobassana e come abbiamo già detto, seguire l’Agnello di Dio. Prendere la Croce e accompagnarLo in questa sua sfiancante, salvifica salita, rivivendola. La biografia di Padre Pio ci riporta le stazioni principali della sua personale Via Crucis, durata mezzo secolo: la sua stigmatizzazione innanzi tutto, e poi le prime incomprensioni dei suoi superiori, le calunnie di uomini di Chiesa e non, che non credevano alla veridicità di quelle sacre piaghe, i provvedimenti restrittivi comminati dalla Madre Chiesa,  le campagne di stampa diffamatorie, le azioni sacrileghe che attentavano al suo ministero sacerdotale, come ad esempio i microfoni nel suo confessionale, la segregazione e le condanne del Sant’Uffizio negli ultimi anni di vita, e per finire, quando, secondo le sue parole con quei gesti dissoluti “gli avevano tolto dieci anni di vita”, l’attacco più proditorio alla Santa Chiesa, che egli già incominciava a intravedere nelle aperture del Concilio Vaticano II[15], concretizzatosi – cosa che più lo faceva soffrire – nel serio tentativo di sovvertire, nel suo significato più profondo, il Sacrificio della Messa[16], deturpando il sacerdozio di Cristo.

Come vediamo, è un copione che gli anticristi nella Chiesa di Cristo[17] hanno continuato a recitare fino alla fine, anche dopo la morte terrena di Padre Pio; e questo nostro ultimo tempo è quello in cui esso s’avvia a compiersi nel suo drammatico atto finale.

Ma questa sua “missione”, questo suo “Segreto” consisteva forse semplicemente in quello che oramai conosciamo fin nel dettaglio: seguire il Signore, fino a portare nella sua carne i segni del suo Martirio?

No, non può essere, poiché altrimenti il “Segreto” sarebbe già noto a tutti. D’altronde, lo stesso Frate cappuccino aveva lasciate dette, a un suo figlio spirituale, queste impegnative parole: «la mia missione finirà quando sulla terra non si celebrerà più la Messa»[18]; e a un altro invece confidò: «Dopo la mia morte, sarò più vivo di prima, e molto più chiasso farò»[19]. La “missione grandissima” di Padre Pio dunque non è conclusa, continua ancora; ed anzi, proprio in questa temperie di generale dissoluzione essa si avverte operante e fattiva più che mai.

È necessario perciò indagare più a fondo nella sua biografia, per poi tornare all’opera pittorica da cui siamo partiti, per scorgervi qualche altro dettaglio che ci potrebbe essere d’ausilio:

 

Fra Pio sarebbe tornato altre volte a Campobasso, l’ultima nel luglio del 1909, poco dopo la sua ordinazione diaconale[20]. Poi di nuovo a Pietrelcina, soverchiato dalle sue “misteriose malattie”. Sul finire del 1911, quando avvertiva già nel corpo le stimmate invisibili, rimettendo piede per l’ultima volta nel territorio molisano dopo l’ordinazione a sacerdote e rimanendovi quaranta giorni nel convento di Venafro, proprio qui, alternate a spaventevoli vessazioni diaboliche, ebbe tra le altre una singolarissima estasi nella quale Cristo stesso gli apparve pieno di sdegno, nell’atto di brandire tra le mani una spada, con la quale Egli minacciava di colpire il mondo a motivo dei suoi peccati. Queste le parole che il suo direttore spirituale, padre Agostino da San Marco in Lamis, che era presente, si trovò ad annotare sul suo quaderno:

«Gesù mio … come mai questa mattina così piagato? … te n’hanno fatto delle grosse oggi? … ma oggi è domenica! … ah, anche la domenica ricevi offese dagli uomini ingrati! … quanta profanazione nel tuo santuario … Gesù mio, perdona, abbassa quella spada … e se deve cadere, si trovi solo il mio capo … sì, io voglio essere la vittima … Ma ecco la solita scusa, sei debole! … Sì, son debole … ma, Gesù mio, tu puoi rafforzarmi … dunque punisci me e non gli altri … mandami anche all’inferno, purché ti ami e si salvino tutti, sì tutti. […] O Mammina cara, loda Gesù».[21]

Immagine, come vediamo, del tutto simile a quella che accompagna la Visione di Fátima, nella quale è invece un messaggero celeste, un Angelo con una spada di fuoco, a minacciare di eseguire i decreti divini che incombono sul mondo impenitente, che la Vergine contrasta con il suo splendore. E se in quel contesto, in una luce immensa che è Dio viene veduto un Vescovo vestito di Bianco, che l’Immacolata Madre della Chiesa presenta affinché il decreto di castigo venga scongiurato, nella Visione campobassana quella stessa Madre si limita a mostrare al Fraticello, affinché accetti di seguirLo, Colui che “sale il Monte”. Questa la sua risposta, ribadita ancora una volta a Venafro: «Gesù, ti dico la verità … purché mi dia forza, permetti che questi chiodi … permettilo, sì … nelle mie mani»[22].

«Quanta profanazione nel tuo santuario», gli era sgorgato dal petto durante quell’estasi. Espressione in verità molto eloquente, che ci fa intendere ancora una volta a quali profanatori si riferisse – «macellai» li aveva definiti il Signore in un’apparizione al giovane Frate[23] –. E ancora: «… Sì, io voglio essere la vittima … dunque punisci me e non gli altri»; «… purché mi dia forza, permetti che questi chiodi… permettilo, sì … nelle mie mani». Così, in questo modo, viene al mondo un “sacerdote santo e vittima perfetta”[24]. Colui che, pur portando nella sua stessa carne il capo d’incolpazione nei confronti dei suoi persecutori, allevati anche e soprattutto nel seno della Chiesa, si oppone al castigo, come quella Madre nella Visione fatimita, facendosi portatore attivo della divina misericordia.

 

Scrivono alcuni figli spirituali di Padre Pio, tra i quali anche il fondatore dei Francescani dell’Immacolata, perseguitati in diversi modi dalla gerarchia cattolica deviata:

«I massimi eventi mariani, nell’ambito dell’attuale secolo, portano il nome di Fatima e di Padre Pio, fenomeni a raggio universale ed ecclesiale. […] Col suo evento prodigioso (la guarigione di Padre Pio nell’agosto del 1959, in occasione dell’arrivo della Madonna Pellegrina, NdR), Maria sottolineava proprio a San Giovanni Rotondo l’attualità massima delle apparizioni di Fatima e lo stretto rapporto che metteva insieme Padre Pio e Fatima nella medesima missione di riparazione. Maria è, quindi, l’unica sorgente che ha fatto sgorgare Padre Pio e Fatima. Sua è la mano che descrive le meraviglie di Fatima come le meraviglie di Padre Pio: due momenti di un’unica azione  soprannaturale gestita da Maria, che ha il fine di stabilire il trionfo del suo Cuore Immacolato, perché si realizzi il regno di Cristo. È il fine per cui lavorò Padre Pio, gloria vivente di Maria, in riparazione degli eventi futuri».[25]

L’azione sacrificale effigiata nel dipinto di Trivisonno, inquadrata nel passato, si ripete, come abbiamo detto, su ogni altare in un eterno presente ma, per il significato del Terzo Segreto di Fátima, che abbiamo già indagato, vale anche e soprattutto in un futuro oramai prossimo. L’uomo dei dolori effigiato nella tela è anche il Servo sofferente “vestito di Bianco”, il buon pastore  che si tramuta in agnello crucifero, il quale s’incammina mezzo tremulo, con passo vacillante lungo la falda della montagna, verso la cima del suo personale Golgota, dove completa il suo “sacrificio di riparazione” (cfr Is 53,11) ai piedi della grande Croce di tronchi grezzi che i tre bambini portoghesi videro cent’anni or sono. E come quel Vescovo, e dietro di lui, segue la stessa sorte, per completare ciò che manca alle sofferenze di Cristo (cfr Col 1,24), anche il suo Corpo mistico: allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. È l’ultima Pasqua della Chiesa che, rivivendo la Passione del Signore, accede al Regno promesso (CCC 675, 677).

Il “Segreto” di Padre Pio, la sua “missione grandissima”, quella che ancora rimaneva celata, consiste proprio in questo: segnare un cammino con la sua stessa vita di crocifisso con Cristo, farsi vittima e «Padre di vittime fino all’ultimo giorno»[26], contrastare fino alla fine le perverse strategie dei traditori della Chiesa – i «macellai» di cui abbiamo detto (vd. supra) –, che nei tempi finali si sarebbero annidati proprio tra i consacrati, e ad altissimi, inimmaginabili vertici; sovvertire in ultimo il disegno dell’Anticristo, diretto alla soppressione della Santa Messa cattolica, al quale occorreva “riparare”. E la massima “riparazione” possibile, quella alla quale nessuna forza, nemmeno preternaturale, avrebbe potuto resistere consiste proprio nella libera offerta di sé di quel figlio diletto della Madre della Chiesa – “alter Christus” ed infine “ipse Christus”, più dello stesso Padre Pio –, che nell’atto finale descritto nella Visione di Fátima viene riconosciuto con indosso vesti immacolate.

Il “fiat” del Fraticello che ci si presenta effigiato nella tela, dichiarato mentre il suo Angelo custode gli batte le mani, ci parla ancora oggi: mentre cade in ginocchio davanti all’Assunta gravida del figlio destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (Ap 12,5), anticipa quasi il “fiat” che anche quel figlio ha già da tempo pronunciato. Cade in ginocchio Fra Pio, come a prefigurare colui che allo scoccare della sua ora muore trafitto, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce veduta dai pastorelli di Fátima, per estrema conseguenza di quel suo “fiat”.

Cade in ginocchio Fra Pio; e il palo della Croce di cui il Signore è caricato – lo vediamo – si allunga così fino a toccare il suo giovane corpo. Sarà lui, competerà a lui iniziare e in un certo senso sostenere, anche e soprattutto con la sua intercessione celeste, l’uomo dei dolori che, attraversando la grande città incenerita a motivo delle sue abominazioni, incede lungo la strada difficile che ha scelto di percorrere, per completare l’oblazione che fa di se stesso. La “missione grandissima” di Padre Pio, quella che, secondo le sue parole[27], sarà conclusa con la cessazione del sacrificio e dell’offerta (cfr Dn 9,27), consiste proprio nel fare da guida, prendendolo per mano, a quest’umile figlio di Maria, in un certo qual modo anche misurandogli le prove da affrontare; fargli prendere coscienza di sé in modo sempre più approfondito, aiutarlo a formarsi correggendolo quando necessario, fino a introdurlo in una dimensione mistica inesplorata, che farà di lui la “vittima perfetta”, come e più di se stesso, poiché avrebbe versato tutto il suo sangue in cima alla grande Croce di tronchi grezzi, dove solo e soltanto a lui sarebbe toccato di arrivare per primo, portando a termine la più completa “riparazione”.

 

Ed allora si spiega perché Campobasso, questa piccola città dal nome non proprio altisonante. Dalla finestrella della sua stanza, che egli in verità si ricavò con sistemi di fortuna in quell’ambiente indiviso, si scorge il muro merlato del Castello Monforte, che in effetti si staglia massiccio a poche decine di metri di distanza. Il fatto è dunque reale, fisicamente circoscritto: l’Apparizione della Vergine, il suo messaggio, interessano in primo luogo questo lembo d’Italia, dove diciassette anni prima, nel 1888, nei pressi di Castelpetroso, la Vergine aveva annunciato la sua offerta riparatrice fatta col suo Cuore Immacolato. La Diocesi è quella[28], elevata a metropolia solo nel 1976, tre anni dopo il decreto pontificio col quale l’Addolorata di Castelpetroso veniva dichiarata celeste Patrona dell’intera regione.

 

“Magnificat anima mea”: le parole che nella tela di Trivisonno la Madre di Dio porta incise poco al di sopra del suo Immacolato Cuore. Era incinta allora la Madre della Chiesa. Ma il tempo è passato: la donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo (Gv 16,21) …

 

 

* * *
[1] ALESSANDRO DA RIPABOTTONI, Dietro le sue orme. Guida storico-spirituale ai luoghi di Padre Pio, San Giovanni Rotondo 1979, p. 92. Più approfondite indagini hanno chiarito che con “alcuni giorni” si volesse intendere in realtà un periodo ben più lungo (vd. infra n. 5).
[2] ALESSANDRO DA RIPABOTTONI, Padre Pio da Pietrelcina. Un Cireneo per tutti, Foggia 1974, “Premessa”, p. XIV.
[3] GHERARDO LEONE, Padre Pio. Infanzia e prima giovinezza, San Giovanni Rotondo 1973, p. 144.
[4] «È a Sant’Elia a Pianisi che fra Pio predice l’apertura del convento di San Giovanni Rotondo, per il quale si interessava padre Pio da Benevento e che poi avvenne nel 1909. Dice inoltre ai confratelli che, di lì a dieci anni egli sarebbe stato assegnato dai Superiori a quella comunità monastica, cosa che accadde nel settembre del 1916» (FRANCOBALDO CHIOCCI, LUCIANO CIRRI, Padre Pio. Storia di una vittima, I, Roma 1967, p. 47).
[5] EDUARDO DI IORIO, I Cappuccini nel Molise (1530-1975). Arte e ricordi storici nelle loro chiese e nei conventi, Campobasso 1976, p. 233; ALESSANDRO DA RIPABOTTONI, Dietro le sue orme cit., pp. 92-93; ID., La Madonna del Monte e i Cappuccini a Campobasso, Foggia 1993, pp. 215, 227-228; qualche cenno sulla presenza al Santuario del Monte in ID., Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 131; ALBERINDO GRIMANI, Padre Pio nel Molise. La formazione spirituale, Campobasso 1999, pp. 44-52. Quest’ultimo autore, in questo saggio, parla esplicitamente di “Apparizione”, che colloca il 25 maggio 1905, giorno del 18° compleanno di Fra Pio; giudizio poi rettificato in questa intervista, comparsa su «Il Quotidiano del Molise» del 30 maggio 2016, crediamo a seguito di nuove acquisizioni. Devo la segnalazione di questa corposa bibliografia a un mio contatto molisano, che ringrazio.
[6] GERARDO DI FLUMERI, La morte di S. Francesco e la morte di Padre Pio (2), in «Voce di Padre Pio» 11 (novembre 2008), pp. 41-45.
[7] ALESSANDRO GNOCCHI, MARIO PALMARO, L’ultima Messa di Padre Pio. L’anima segreta del santo delle stigmate, Milano 2010, p. 7 (qui un estratto).
[8] «I dottori scolastici videro adombrata l’assunzione della vergine Madre di Dio, non solo in varie figure dell’Antico Testamento, ma anche in quella Donna vestita di sole, che l’apostolo Giovanni contemplò nell’isola di Patmos (Ap 12,1s)» [PIO XII, Cost. ap. Munificentissimus Deus (1° novembre 1950)].
[9] PIO XII, Cost. ap. Munificentissimus Deus (1° novembre 1950).
[10] Su questo tema ha molto dissertato mons. Brunero Gherardini, recentemente scomparso (Assunta in cielo perché corredentrice sulla terra. Riflessione sul fondamento del dogma cattolico. Convegno organizzato dai Francescani dell’Immacolata, Frigento 13-15 settembre 2011; vd. qui un sunto; qui il video del suo intervento).
[11] ALESSANDRO DA RIPABOTTONI, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 743.
[12] Vd. supra n. 6.
[13] Voto di fra’ Carlo Raffaello Rossi su Padre Pio da Pietrelcina, Volterra 4 ottobre 1921, in FRANCESCO CASTELLI, Padre Pio sotto inchiesta. L’«autobiografia» segreta, Milano 2008, pp. 103-274, qui p. 220.
[14] Epist. III, p. 483.
[15] «L’autorizzazione a poter celebrare la messa in latino fino alla morte (vd. nota seguente) sollevò Padre Pio, che era preoccupato delle diverse riforme e novità che agitavano la Chiesa e che rinfocolavano le divisioni tra i padri conciliari. Dopo aver ringraziato il cardinal Bacci dell’indulto concesso dal papa, gli diede una specie di consiglio: “Il Concilio, per pietà, finitelo in fretta!”» (YVES CHIRON, Padre Pio. Una strada di misericordia, Torino 1997, p. 336).
[16] Il 17 febbraio 1965 Padre Pio chiese la dispensa di poter continuare a celebrare la Messa secondo il Rito tridentino. Il 9 marzo Paolo VI inviò a San Giovanni Rotondo il cardinale Antonio Bacci, per consegnare personalmente l’indulto, che gli consentiva di celebrare la Messa della sua ordinazione (Cronistoria del convento, ms II, f. 692, citata in ALESSANDRO DA RIPABOTTONI, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 841; YVES CHIRON, op. cit., pp. 335-336).
[17] Così s’intitolava un corposo dossier, gravemente accusatorio nei confronti dei settori deviati della gerarchia cattolica, dato alle stampe nel 1933 da Emanuele Brunatto, primo figlio spirituale di Padre Pio e suo accanito difensore, sotto lo pseudonimo di John Willoughby. Il libro venne presto ritirato ed è ancora oggi secretato.
[18] Parole confidate da Padre Pio a Luigi Peroni, che fu direttore dei suoi Gruppi di Preghiera nonché suo biografo, riportate in ALESSANDRO GNOCCHI, MARIO PALMARO, op. cit., pp. 9, 18.
[19] ATTILIO NEGRISOLO, NELLO CASTELLO, STEFANO M. MANELLI, Padre Pio nella sua interiorità. Figlio di Maria, francescano, stigmatizzato, sacerdote, apostolo, guida spirituale, Cinisello Balsamo (MI) 1997, p. 10. Il ricordo è riportato dal suo figlio spirituale Giovanni Bardazzi, che la mattina del 22 settembre 1968, a poche ore dalla morte di Padre Pio, fu l’ultimo a entrare nel suo confessionale.
[20] Fra Pio ricevette il diaconato nella chiesa conventuale di Morcone, il 19 luglio 1909, per mano di mons. Benedetto Maria della Camera, vescovo titolare di Termopile.
[21] AGOSTINO DA SAN MARCO IN LAMIS, Diario, ed. M. Di Vito, San Giovanni Rotondo 20124, p. 45 (3 dicembre 1911).
[22] Ibid., p. 42 (1° dicembre 1911).
[23] Lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 7 aprile 1913 (Epist. I, pp. 198-199).
[24] Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 10 agosto 1910 nella Cappella dei canonici del Duomo di Benevento, Padre Pio celebrò la sua Prima Eucaristia il 14 agosto; scrisse il suo pensiero-ricordo in questi termini: “Gesù | mio sospiro mia vita | oggi che trepidante | Ti elevo | in un mistero di amore | con Te io sia pel mondo | Via Verità Vita | e per Te sacerdote santo | vittima perfetta” (ALESSANDRO DA RIPABOTTONI, Padre Pio da Pietrelcina cit., p. 124 e n. 13).
[25] ATTILIO NEGRISOLO, NELLO CASTELLO, STEFANO M. MANELLI , op. cit., pp. 28, 67.
[26] PIERINO GALEONE, Padre Pio, mio padre, Cinisello Balsamo (MI) 2005, p. 29.
[27] Vd. supra n. 7.
[28] Campobasso faceva parte di quella stessa diocesi di Bojano (si chiamerà Bojano-Campobasso solo nel 1927 e Campobasso-Bojano dal 27 febbraio 1982). L’Apparizione era stata vista dal vescovo di Bojano dell’epoca mons. Francesco Macarone Palmieri; e l’Addolorata venerata a Castelpetroso, per decreto pontificio del 6 dicembre 1973, sarebbe stata dichiarata celeste Patrona dell’intera regione molisana.

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