Il discepolo sul petto di Cristo, l’Amato

LA CHIAVE TEOLOGICA PER CAPIRE LA VISIONE DI FÁTIMA

Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un con l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui (Gv 13,21-27).

Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,20-23).


Il Discepolo Amato è dunque colui che “sta su il petto” – epì to stêthos (ἐπὶ τὸ στῆθος) – è detto nei due passi evangelici riportati. Da questa espressione è derivato, nella patristica greca, l’aggettivo neologistico epistèthios (επιστήθιος)[1]. A una immediata percezione comprendiamo che l’Amato si presenta in qualità di mediatore tra il gruppo dei Dodici e il Cristo: Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. L’Amato è pertanto colui che interpreta i divini voleri e li comunica agli altri.

Vediamo, nel primo passo citato, che ci troviamo durante l’Ultima Cena, non raccontata per intero dall’Evangelista. Il suo voler indicare un legame tra questa prossimità del Discepolo in questo particolare frangente e in chiusura del suo Vangelo, rivela tuttavia la sua volontà di mostrare in questo dettaglio apparentemente secondario un significato più profondo. La prossimità fisica tra Gesù e il Discepolo che egli amava sta a indicare che questi penetra in un modo essenziale il messaggio di Gesù, così da poterne trasmettere il suo senso più recondito e nondimeno più vero agli altri discepoli e a tutti noi.


Ma in che cosa consiste quel “penetrare” il messaggio di Gesù? Cerchiamo di scoprire una chiave di lettura: si è detto che l’Evangelista non descrive l’istituzione dell’Eucaristia, pane per la vita eterna (cfr Gv 6,58), e tuttavia parla esplicitamente di «boccone» – psomíon (ψωμίον) – intinto e porto a Giuda, il traditore. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui (Gv 13,27). Il gesto appare quantomai sorprendente: invece delle parole solenni del rito della Consacrazione riportate dai Sinottici[2], l’Evangelista ci riferisce un evento che parrebbe presentarsi esattamente all’opposto: un cibo che non è nutrimento per la vita eterna, ma causa di possessione dal maligno. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte (Gv 13,30).

Ricco di significato appare l’atto del porre il boccone preceduto dal chinarsi del Discepolo Amato sul petto di Gesù. Evidentemente fra questi due movimenti, anche fisicamente opposti, c’è un nesso, seppure antitetico. In verità, Giovanni apprende dal suo Signore il motivo per cui Giuda è il traditore; ce lo ricorda San Paolo: chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (1Cor 11,29). È dunque l’Eucaristia quella che Giuda assume. D’altra parte l’annuncio del tradimento è anticipato da un chiaro riferimento: «Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno» (Gv 13,18; cfr Sal 41,10).

Osserviamo in definitiva che questa antinomia – gesto affettuoso del Discepolo e boccone porto a Giuda che si allontana – sostituisce di fatto il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. Vedremo come proprio queste due diverse risposte di Giovanni e di Giuda, nei confronti del Signore, spieghino il motivo per cui le parole sull’Eucaristia siano nascoste in realtà nelle pieghe di questi due opposti atteggiamenti di due suoi discepoli.

Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco – kólpos (κόλπος) – di Gesù (Gv 13,23). Qui la nuova traduzione della Bibbia CEI – “fianco” – è evidentemente imprecisa, volendo la parola greca significare piuttosto “petto, grembo, seno”. Lo stesso vocabolo è adoperato da Giovanni in un solo altro versetto, nel Prologo al suo Vangelo: Dio nessuno lo ha mai visto: | il Figlio unigenito, che è Dio | ed è nel seno – kólpos – del Padre, | è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18). In questa analogia di termini[3] si vuole perciò indicare che il Discepolo Amato, dall’intimità del petto di Gesù, ha accesso all’intimità del seno del Padre – «Dal cuore stesso di Cristo attinse l’acqua viva del vangelo»[4] –, e mediante questo esclusivo privilegio può mettere gli occhi anticipatamente sul costato di Cristo squarciato dalla lancia: il Figlio è colui che ama con l’amore del Padre davanti alla manifestazione del male che irrompe nella maniera più radicale, e cioè il tradimento di uno dei suoi discepoli, che alla signoria del Figlio di Dio sostituisce scientemente quella del Maligno stesso. È questo, ad una più immediata comprensione, il significato dell’amore di Dio – amante non amato –, che si rivela nella pienezza del suo “amore”, che non cessa di essere Se stesso neanche dinanzi al rifiuto più radicale del “non amore”.

E tuttavia questa lettura, seppur veritiera, non spiega a fondo la portata immensa dell’amore di Dio.


Quello che Gesù amava.

Ci chiederemmo dunque: che tipo di amore? E perché Egli lo ama più degli altri?

Per trovare una risposta passiamo a considerare l’altro passo giovanneo in cui si fa memoria del Discepolo come di colui che si era chinato sul petto di Gesùepì to stêthos (ἐπὶ τὸ στῆθος) –, quello a chiusura dell’Evangelo: siamo sulle rive del lago di Tiberiade e il Signore risorto si è manifestato per la terza volta a un gruppo di discepoli. Dopo una pesca miracolosa, Egli conferisce a Pietro il compito di pascere il gregge. In che modo avviene questo significativo passaggio? Misurando l’amore dell’Apostolo nei confronti del suo Maestro: «Mi ami più di costoro?»agapâs me pléon túton? (ἀγαπᾷς με πλέον τούτον;) – e ancora «Mi ami?»agapâs me? (ἀγαπᾷς με;) –, ed invece una terza volta si riduce a chiedere «Mi vuoi bene?»fileîs me? (ϕιλεῖς με;) – (Gv 21,15-17). È dunque un amore umano, con la sua naturale limitatezza, che da Pietro sale al Maestro. Egli difatti risponde sempre allo stesso modo: «tu lo sai che ti voglio bene»óti filô se (ὄτι ϕιλῶ σε) –; e in virtù di questo amore, seppure imperfetto, a Pietro è conferito il ministero pastorale su tutto il il gregge.

L’amore del Cristo che discende verso il Discepolo prediletto, invece, è di ben altra natura. Vediamolo meglio: ho mathetès on egápa ho Iesûs (ὁ μαθητὴς ον γάπα ὁ Ἰησοῦς), cioè il discepolo che Gesù amava. Si tratta di un’espressione che ricorre più volte nel Quarto Vangelo (Gv 13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20). Viene adoperato il verbo agapáo (ἀγαπάω), cha presenta una valenza tutta particolare. Lo stesso Vangelo difatti, nel caso di Lazzaro, fa dire alle sorelle di lui, Marta e Maria: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3) – íde hon fileîs (ἴδε ὃν ϕιλεῖς) –. L’uso di due verbi diversi – filéo e agapáo – per descrivere l’amore di Gesù nei confronti di Lazzaro e del Discepolo ci fa chiaramente intendere che, in quest’ultimo caso, la natura di quest’amore e tutt’affatto diversa.

Si tratta, in realtà, della stessa radice verbale che compare nel termine di cui Giovanni si avvale per parlarci dell’Eucaristia: agàpe (ἀγὰπη)[5]. Egli aveva introdotto la narrazione dell’approssimarsi della Passione proprio con queste parole: Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato – agapèsas (ἀγαπήσας) – i suoi che erano nel mondo, li amò – egápesen (ἠγάπησεν) – fino alla fine (Gv 13,1).

Appare quindi evidente che nell’amore di Gesù nei confronti del Discepolo si voglia dare un contenuto che va oltre il semplice “voler bene”. In questo caso si parla di un perfetto amore che non può che avere una natura divina. Ricordiamo di cosa si tratta: «Nessuno ha un amore – agàpe – più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 14,13).


Ecco, comprendiamo che quel Discepolo, al quale ai piedi della Croce è stato fatto il dono grande della sua Madre (cfr Gv 19,26s), l’ha veramente presa con sé e l’ha assunta nella sua stessa carne: eis ta ídia (εἰς τὰ ἴδια). Non semplicemente «nella sua casa», come traduceva la Bibbia CEI del 1974, ma nemmeno solamente «con sé», come riporta l’attuale versione. No, qui si tratta di qualcosa di molto più profondo: è l’evento drammatico e rigenerativo al contempo che trasforma il Discepolo e, col sostegno dello Spirito, lo fa innalzare fino a diventare Qualcun altro (cfr Is 42,1).

Potremmo meglio dire che qui è rivissuto un passaggio di consegne, che dall’alto della Croce il Signore trasmette al Discepolo, così da trasformarlo in offerta, in agàpe: egli è il Dolente, ma è anche e soprattutto l’Amato, ed è Amato perché egli stesso diventa agàpe, un Corpo che quotidianamente si fa Pane[6]: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27)[7]. Potremmo in questo caso certamente parlare di “miracolo sacrificale”, che si completa nella sua carne debole, quando verrà il tempo in cui la sua Madre adottiva lo offrirà al Padre: lo vedremo meglio più avanti. Qualcuno griderà allo scandalo davanti a questa affermazione; e tuttavia si cercherà di far comprendere meglio il senso profondo di ciò. D’altro canto conosciamo la significativa espressione di Sant’Agostino: Deus homo factus est, ut homo Deus fieret, Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si facesse Dio (Sermo 371,1, De Nativitate Domini : PL XXXIX, col. 1659).


Chi potrà mai essere questo misterioso Discepolo? Chi è questo innominato che rimane ai piedi della Croce, accanto alla sua Madre che lo ha messo al mondo nelle doglie e nel travaglio del parto (Ap 12,2)? Può essere semplicemente Giovanni, figlio di Zebedeo? Quando verrà il tempo in cui i carnefici innalzeranno il patibulum per crocifiggervi le membra del Corpo mistico di Cristo – e quel tempo d’angoscia ecco che viene –, chi sarà quel Discepolo che non scappa via e resta abbracciato misticamente alla sua nuova, unica Madre?

Per trovare una risposta convincente dobbiamo rivolgere la nostra attenzione ai Canti del Servo del Deutero-Isaia: era come agnello condotto al macello | … Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, | vedrà una discendenza, vivrà a lungo (Is 53,7.10).

Egli dunque offrirà se stesso in sacrificio di riparazione. Che tipo di sacrificio è? Ricordiamo come lo definiva la Legge ebraica: se qualcuno commetterà un’infedeltà e peccherà per errore riguardo a cose consacrate al Signore, porterà al Signore, come sacrificio di riparazione, un ariete senza difetto, preso dal gregge (Lv 5,15). La vittima spettava al sacerdote che aveva compiuto il rito espiatorio e doveva essere mangiata in luogo santo (cfr Lv 7,1-10). Così ci si doveva regolare in caso di infedeltà; questa era la “riparazione” necessaria, che vale anche per i nostri tempi, in cui essa si manifesta in modo così drammatico, perché la salvezza viene dai Giudei (Gv 4,22): il sacrificio di un ariete[8] senza difetto – cioè immacolato, senza colpa originale[9] (cfr Dn 9,26; Is 50,9) – preso dal gregge, ossia dal popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo, la Chiesa.


Credo sia il caso, a questo punto, di introdurre le parole della Vergine Maria consegnate alla veggente di Fátima: «Per impedire tutto questo (la guerra, la fame, la persecuzione alla Chiesa e al Santo Padre) verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati»[10].

La comunione eucaristica riparatrice. Che senso assume la parola “riparatrice”, quando noi sappiamo che Nostro Signore bevve fino in fondo il calice della sua Passione mediante il suo perfetto Sacrificio sulla Croce? Ebbene, se la Madonna auspica a Fátima la devozione al suo Cuore Immacolato e la “comunione riparatrice”, le due cose vanno evidentemente considerate nel loro stretto nesso. Così il papa Benedetto:

Mi sembra che dobbiamo andare a fondo, arrivare al Signore stesso che ha offerto la riparazione per il peccato del mondo, e cercare di riparare: diciamo, di mettere equilibrio tra il plus del male e il plus del bene. Così, nella bilancia del mondo, non dobbiamo lasciare questo grande plus al negativo, ma dare un peso almeno equivalente al bene. Questa idea fondamentale si appoggia su quanto è stato fatto da Cristo. Questo, per quanto è possibile capire, è il senso del sacrificio eucaristico. Contro questo grande peso del male che esiste nel mondo e che tira giù il mondo, il Signore pone un altro peso più grande, quello dell’amore infinito che entra in questo mondo. Questo è il punto importante: Dio è sempre il bene assoluto, ma questo bene assoluto entra proprio nel gioco della storia; Cristo si rende qui presente e soffre fino in fondo il male, creando così un contrappeso di valore assoluto. Il plus del male, che esiste sempre se vediamo solo empiricamente le proporzioni, viene superato dal plus immenso del bene, della sofferenza del Figlio di Dio. In questo senso c’è la riparazione, che è necessaria.[11]

Commentando il Messaggio di Fátima, l’allora cardinal Ratzinger si era espresso in questi termini:

Come via a questo scopo (la salvezza delle anime) viene indicata… la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Per capire questo può bastare qui una breve indicazione. «Cuore» significa nel linguaggio della Bibbia il centro dell’esistenza umana, la confluenza di ragione, volontà, temperamento e sensibilità, in cui la persona trova la sua unità ed il suo orientamento interiore. Il «cuore immacolato» è secondo Mt 5,8 un cuore, che a partire da Dio è giunto ad una perfetta unità interiore e pertanto «vede Dio». « Devozione » al Cuore Immacolato di Maria pertanto è avvicinarsi a questo atteggiamento del cuore, nel quale il fiat – «sia fatta la tua volontà» – diviene il centro informante di tutta quanta l’esistenza. […] Il Cuore aperto a Dio, purificato dalla contemplazione di Dio è più forte dei fucili e delle armi di ogni specie.[12]


Per spiegare dunque le parole di Maria consegnate a Suor Lúcia, direi così: la Madre di Dio e della Chiesa – Corredentrice – auspica la devozione al suo Cuore Immacolato, consistente nell’offerta “sacerdotale”[13] al Padre celeste del suo Figlio spirituale partorito nel dolore[14] (cfr Ap 12,2); un dono gradito, perché “fatto col cuore”. Egli è la Vittima ed è anche l’altare e il Sacerdote. E nella Passione del Figlio, cui Ella è associata, nel suo Cuore Immacolato trafitto da una spada (cfr Lc 2,35)[15], unito ai dolori del Figlio, si realizza il piano salvifico del Padre[16]. Così veramente si potrà un giorno assistere al trionfo del Cuore Immacolato di Maria, che va chiaramente interpretato come la resistenza e il progressivo recupero del vero culto a Dio, reso possibile dal sacrificio di riparazione cui si offre liberamente questo suo figlio spirituale, quando il Padre avrà generato in lui il sangue[17]. Possiamo confermare che il Santo di Pietrelcina, sotto questo aspetto, non è che un suo precursore. E tuttavia nel suo caso il suo stato vittimale, che sussiste fin dal principio, è perfetto, a motivo della sua immacolatezza originaria e del suo Sacrificio fino al martirio, cui si sottopone.

Egli pertanto è l’Amato, che si presenta nella sua condizione di “Servo sofferente”, di hostia immacolata, immolata, nella sua componenente corporea, non diversamente da quel che avvenne sul Golgotha, a un essere spirituale malefico, pervertitore del vero culto a Dio, per mano di un discepolo infedele (cfr Lv 5,15) il quale, pur avendo ricevuto il dono di consacrare il Pane eucaristico, ha scientemente optato di mangiare[18] quello stesso boccone[19] porto dal Cristo a Giuda: «Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno» (Gv 13,18), aveva detto Gesù prima della Cena. E tuttavia Egli, donandosi in agàpe fino in fondo, riesce ad amare e a perdonare anche quel discepolo infedele. È l’Agnello che lava i peccati di quell’empio sacerdote, e così facendo potrà essere strumento di salvezza per molti[20]. Egli è il Germoglio di Davide[21] che, dopo la devastazione, spunta dalle radici di un albero reciso (cfr Is 11,1ss); è il leone di Giuda: lava nel vino la sua veste | e nel sangue dell’uva il suo manto (Gn 49,11), dove per “veste” si vuole significare il suo Corpo, che a motivo di quel gesto inconsulto, di cui è incolpevole, andrà purificato[22] mediante il Sacrificio stesso, mentre il “manto” è figura della Chiesa, anch’Essa bisognosa di purificazione, specialmente dopo i recenti accadimenti ai suoi più alti vertici. Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29): ora comprendiamo il senso ultimo delle parole del Battista.

«Tu sei degno di prendere il libro | e di aprirne i sigilli, | perché sei stato immolato | e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, | uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9).

Egli viene a “riparare” offrendo se stesso, la sua stessa Carne; pone un argine al male proprio nell’azione diabolica rivolta al culto a Dio che si compie nel Rito, in questi nostri difficili tempi così sotto attacco[23], ora che sempre più si sta operando per svuotare la Santa Messa del suo significato di Sacrificio redentore. Egli viene, in definitiva, a combattere col suo arco (Ap 6,2; cfr Is 49,2) – la sua parola, le sue opere, la sua sofferenza vicaria – e a “riparare” all’abominio della devastazione (Mt 24,15), cioè a una “Messa” senza sacrificioofferta (Dn 9,27)[24], che già si prospetta all’orizzonte della storia.

«Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati» (Mc 10,39). Sono le parole dell’Agnello, che dicono la verità più profonda sulla sua missione[25]; calice e battesimo: sangue e acqua[26], dove il sangue è il Sacrificio di Cristo che Egli rinnova, e l’acqua la sua Immacolata Concezione, che Egli ha ricevuto in dono dalla sua Madre spirituale. Ed allora occorre tornare ai piedi della Croce, a quel colpo di lancia inferto nel costato di Gesù morto: e subito ne uscì sangue e acqua (Gv 19,34). Comprendiamo ancora meglio, alla luce di questa nuova rivelazione, il significato del culto della Divina Misericordia: dal Cuore trafitto del Cristo escono i due raggi, rosso e pallido: il sangue e l’acqua. Egli è il Medico Divino che va per il mondo a curare l’umanità sofferente, donando la sua Misericordia[27].

In questo modo possiamo realmente intendere ciò che voleva dire l’Evangelista a conclusione del racconto della Crocifissione: Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: “Non gli sarà spezzato alcun osso”. E un altro passo della Scrittura dice ancora: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,36s). Se il riferimento all’agnello della Pasqua ebraica rimanda al segno salvifico del suo sangue e al passaggio dell’acqua del Mar Rosso, che prefigura il Battesimo cristiano, per tornare alla Patria promessa (cfr Es 12,7.13; 14,21ss), quella sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità, predetta da Zaccaria (13,1), è invece la Misericordia Divina – quella vera – che può intervenire in questo mondo, proprio in questi tempi oscuri della storia umana, grazie al sangue e all’acqua di cui è portatore il trafitto, l’Agnello di Dio. È grazie al suo sangue che diventa acqua – il segno di Cana che si compie definitivamente (cfr Gv 2,1-11) –, proprio in questo battesimo palingenetico, un battesimo di sangue, a cui Egli si sottomette (cfr Mt 19,28; Lc 12,50), nel quale seppur trafitto non gli sarà spezzato alcun osso, che l’umanità redenta e purificata può accedere al Regno, partecipando alle Nozze escatologiche di Lui con la sua Sposa: Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,1s; cfr Ap 19,7s).

Comprendiamo così il reale significato di quell’affermazione apparentemente paradossale contenuta nel cap. 7° dell’Apocalisse: i salvati sono vestiti di bianco, perché hanno lavato e rese candide le loro vesti nel sangue di Colui che è il “Vestito di Bianco”, cioè l’Agnello di Dio immacolato (cfr Ap 7,13s), il Figlio spirituale di Colei che in terra portoghese si era mostrata come la Signora vestita di bianco[28]; l’Unico che può donare, col suo estremo Sacrificio, la salvezza.


Sappiamo tuttavia che la logica che sta alla base di questo disegno salvifico del Creatore richiede il preventivo momento della prova suprema: Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome» (Mt 24,9). È questo, in conclusione, lo scenario evocato dalla Visione di Fátima:

E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.[29]

L’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede commentava l’epilogo di questa scena drammatica, eppure consolante, in questi termini:

Il sangue di Cristo ed il sangue dei martiri vengono qui considerati insieme: il sangue dei martiri scorre dalle braccia della croce. Il loro martirio si compie in solidarietà con la passione di Cristo, diventa una cosa sola con essa. Essi completano a favore del corpo di Cristo, ciò che ancora manca alle sue sofferenze (cfr Col 1,24). La loro vita è divenuta essa stessa eucaristia, inserita nel mistero del chicco di grano che muore e diventa fecondo.[30]


Chi è dunque il “Vescovo vestito di Bianco”? Può essere semplicemente un successore di Pietro? Per trovare una conferma convincente alla nostra riflessione, torniamo all’epilogo del Vangelo di Giovanni, in cui ricorre la significativa espressione che le ha dato inizio:

Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto – epì to stêthos – (Gv 21,20).

Ecco, vediamo che Pietro, come anche alla soglia del sepolcro (cfr Gv 19,6ss), non ha compreso appieno quale mistero ci celasse. Lo vediamo – Dio solo lo sa – anche nell’atto drammatico della recente “rinuncia”.

«… a te che importa?» (Gv 21,23).

Egli, che nella stessa scena ha già ottenuto il mandato pastorale – «Pasci i miei agnelli … pasci le mie pecore» (Gv 21,16s) –, ora che si trova, diversamente dalla Cena, proprio lui a stretto contatto col Maestro, si volta indietro e chiede cosa sarà del Discepolo Amato; e tuttavia il Signore gli fa intendere che il cammino personale del Discepolo, di cui significativamente in tutto l’Evangelo non viene mai fatto il nome, è sottratto ad ogni autorità umana. Si mostra in questo modo evidente che tra il Cristo, Pietro e il Discepolo si viene a costituire una “sacra triangolazione” che compendia tutto il mistero ecclesiale, fino alla fine dei tempi[31].

Da par suo l’Amato, che al sepolcro era giunto per primo e per primo aveva compreso, proprio colui che in quell’attimo Pietro aveva inseguito (cfr Gv 20,3), quel Discepolo che quella stessa mattina, sul lago di Tiberiade, per primo aveva detto ancora a Pietro: «È il Signore» (Gv 21,7), ora si mette alla sequela di entrambi. Egli, proprio portando figurativamente[32] nella sua carne la testimonianza della Morte in croce del suo Signore, quasi crocifisso anche lui nell’abbraccio compenetrante alla Madre sua, e al contempo testimone privilegiato della Risurrezione, troverà la forza e la ragione, in virtù di questo amplesso di puro amore – vero agàpe –, di vincere e pacificare nel suo sangue, nella sua Carne sofferente, il mistero del male che si rinnova fino alla fine dei tempi.


Ecco, ora ci è dato alfine di contemplare questo mistero: ai piedi della grande Croce veduta dai tre Bambini di Fátima, sopra la cima del Monte, in questo figlio spirituale di Maria che muore trafitto – il pastore che diventa agnello –, è generato perfettamente il Cristo. Egli è veramente il Capo della Chiesa, il cui potere di legare e sciogliere (cfr Mt 16,19) si avvera nel suo stesso sangue (cfr Is 22,22; Ap 3,6); il sangue dell’Agnello, che in questa Pasqua definitiva è memoriale di quella Prima Pasqua[33] (cfr Es 12,7.13). Ed anzi intendiamo appieno che Egli stesso si fa nostra Pasqua (1Cor 5,7), perché l’Agnello sarà il nostro pastore e ci guiderà alle fonti delle acque della vita (Ap 7,17). Una vita dove non vi sarà più il peccato né la morte (cfr Ap 21,4); una vita “immacolata”, configurata a Cristo mediante il lavacro nel sangue incorrotto dell’Agnello immolato.

In questo modo Egli si rivela essere realmente l’Amato[34] dal Padre, la cui voce potente irrompe dai cieli squarciatisi, quando il suo Battesimo palingenetico, che tutto riconcilia e rigenera, verrà portato al suo finale compimento: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento!» (Mt 3,17).

E così comprendiamo finalmente quale fosse quel “segreto” su cui il Discepolo Amato aveva avuto in dono di mettere gli occhi durante la Cena: proprio e solo a lui era stato rivelato, dal suo Signore e Maestro, che nella sua Carne avrebbe preso Corpo e si sarebbe completato, mediante lo Spirito, il mistero della parusía[35]: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,23).


Ecco, l’evangelista Giovanni ci ha effettivamente raccontato l’istituzione dell’Eucaristia sotto altre sembianze, con un realismo inaudito: è il Discepolo che sta sul suo petto, ho epistéthios, che la Madre della Chiesa offre al Padre in “sacrificio di riparazione”: l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).

Ed infine, vorrei concludere questa mia dissertazione, riportando le parole di Gesù, che rivelano in che modo questo mistero pasquale dell’intera Creazione si potrà adempiere:

«Un uomo piantò una vigna, la diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano per molto tempo. Al momento opportuno, mandò un servo dai contadini perché gli dessero la sua parte del raccolto della vigna. Ma i contadini lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò un altro servo, ma essi bastonarono anche questo, lo insultarono e lo mandarono via a mani vuote. Ne mandò ancora un terzo, ma anche questo lo ferirono e lo cacciarono via. Disse allora il padrone della vigna: «Che cosa devo fare? Manderò mio figlio, l’amato, forse avranno rispetto per lui!». Ma i contadini, appena lo videro, fecero tra loro questo ragionamento: «Costui è l’erede. Uccidiamolo e così l’eredità sarà nostra!». Lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero. Che cosa farà dunque a costoro il padrone della vigna? Verrà, farà morire quei contadini e darà la vigna ad altri».

Udito questo, dissero: «Non sia mai!». Allora egli fissò lo sguardo su di loro e disse: «Che cosa significa dunque questa parola della Scrittura:

La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d’angolo?

Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e colui sul quale essa cadrà verrà stritolato» (Lc 20,9-18).

Accadrà dunque che a ciascuno verrà dato il suo: il servo cacciato e confinato nel “recinto di Pietro”, i vignaioli che si impadroniscono della vigna, credendo di farla franca, l’Amato – il vero erede –, messo a morte, che proprio in questo modo prenderà possesso della vigna.


A Pietro le chiavi, a Giovanni[36] la Madre: Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro (Gv 20,4). Corse più veloce, ma viene il giorno in cui lo vedremo incedere mezzo tremulo, con passo vacillante, fino al suo Martirio che ne farà il Pastore-Agnello, nel cui sangue si transustanzia l’intera Creazione.



* * *

[1] Il termine è usato da Fozio, Efrem il Siro, Dionigi l’Aeropagita nell’accezione di “amico del cuore”. Un parallelo interessante si riscontra nell’epistolario di Cicerone: Iste (scil. il giovane Cicerone) sit in sinu semper et complexu meo (Ad fam. XIV,4,3).

[2] Mt 26,26-29; Mc 14,22-25; Lc 22,17-20.

[3] La Bibbia CEI, edita nel 2008, così chiosa al medesimo versetto: «come Gesù è l’interprete del Padre, così il discepolo prediletto è l’interprete di Gesù». Potremmo anche dire: come il Verbo fatto carne sta al Dio invisibile, così il discepolo che Gesù amava sta al Verbo fatto carne.

[4] Responsorio all’Ufficio delle Letture della Festa di san Giovanni apostolo ed evangelista.

[5] Cfr BENEDETTO XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 14: «L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani. Diventiamo ‹ un solo corpo ›, fusi insieme in un’unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eucaristia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore». Vale la pena ricordare la famosa definizione di Tertulliano: Cœna nostra de nomine rationem sui ostendit: id vocatur, quod “dilectio” penes Græcos est [Il nome stesso dei nostri banchetti ne spiega il motivo: ha lo stesso nome che presso i Greci designa l’amore] (Apol. 39,16 : PL I, col. 474).

[6] Questo concetto è chiaramente presente nel pensiero dei Padri: S. Ambrogio definisce il martire come hostia vivente: cfr. ad. es. Hymn. X,8, ed. M. Simonetti, Firenze 1988 : Biblioteca patristica, 13, p. 60: «Sed reddiderunt hostias | rapti quadrigis corpora, | revecti in ora principium | plaustri triumphalis modo»; ID., Hymn., XI,2, ed. ibid., p. 62; ID., De Virginibus I,2,9 : PL XVI, col. 191B, in riferimento a S. Agnese: «Habetis igitur in una hostia duplex martyrium, pudoris et religionis; et virgo permansit, et martyrium obtinuit».

[7] Gesù termina il suo discorso, che precede il gesto affettuoso del Discepolo e il tradimento di Giuda, con queste indicative parole: «chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20).

[8] Sul termine “ariete” in relazione alle parole del Battista riportate da Giovanni (Gv 1,29), cfr. ORIG., Com. in Joh. VI, 60, 306-307, in Il Cristo, I. Testi teologici e spirituali dal I al IV secolo, edd. A. Orbe, M. Simonetti, Milano 20056, pp. 316-317: «Giunto al commento di questo passo (Ev. Io. 1,29), Eracleone… asserisce che “l’espressione ‘Agnello di Dio’ è pronunciata da Giovanni Battista in quanto profeta, mentre l’altra, ‘Che prende su di sé il peccato del mondo’, è pronunciata da lui in quanto più che profeta (cfr. Ev. Matth. 11,9)”. Quanto alla prima, egli pensa che si riferisca al corpo di Cristo; la seconda a ciò che è nel corpo: infatti l’agnello indica qualcosa che non è ancora perfetto secondo la specie ovina, e tale è appunto il corpo rispetto a ciò che vi dimora. “Se Giovanni avesse voluto attribuire al corpo la perfezione”, egli dice, “avrebbe definito ariete la parte che doveva essere immolata”».

[9] Il Quarto canto del Servo descrive la sua condizione in questi termini: e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo (Is 53,14). Non credo che in questo passo il Deutero-Isaia volesse indicare un’anomalia semplicemente fisica o peggio ancora una mostruosità dell’aspetto.

[10] LÚCIA DOS SANTOS, Memorie di suor Lucia, Fátima 1980, p. 104 (Terza Memoria, 31 agosto 1941).

[11] BENEDETTO XVI, Incontro con i parroci e il clero della Diocesi di Roma (22 febbraio 2007).

[12] J. RATZINGER, Commento teologico, in CONGR. PER LA DOTTR. DELLA FEDE, Il messaggio di Fatima (26 giugno 2000).

[13] Riprendo opportunamente un significativo passo relativo al culto della Vergine Addolorata in un noto Santuario mariano del piccolo Molise, di cui Ella è Celeste Patrona, per volontà del papa Paolo VI, sin dal 6 dicembre 1973: «La Vergine Maria è in un atteggiamento assai diverso da quello con cui viene rappresentata dalla pietà popolare: qui il suo volto esprime dolore, ma Ella ha un atteggiamento di maternità regale; seminginocchiata, ha le braccia allargate in un atto di offerta: offre Gesù, il frutto del suo grembo, al Padre quale vittima di espiazione per i peccati dell’umanità. È in un atteggiamento sacerdotale di “sofferente” e “offerente”» (A. SPINA, Il Santuario dell’Addolorata di Castelpetroso, Castelpetroso 2006, p. 32).

[14] Si tratta evidentemente di dolori spirituali e giammai fisici: Prima di provare i dolori, ha partorito; | prima che le venissero i dolori, | ha dato alla luce un maschio (Is 66,7). Il parto è quindi puramente spirituale, avvenuto in un “grembo” spirituale, cioè una porzione di Chiesa, quale potrebbe essere una parrocchia, che è Madre di ogni battezzato. La Madre di Cristo soffrì e serbò nel suo Cuore Immacolato gli strazi del Figlio inchiodato alla Croce, mentre le veniva dato come nuovo figlio il Discepolo “amato” dal suo Figlio morente: “Beata est Maria Virgo, quæ sine morte meruit martyrii palmam sub cruce Domini” (Communio della festa della Madonna Addolorata nell’antico Messale di San Pio V). È dunque ai piedi della Croce che bisogna portare – seppure in modo figurato – il nostro sguardo.

[15] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale (18 dicembre 1996): «Simeone … predice alla Vergine che avrà parte alla sorte del Figlio. […] Simeone affianca alla sofferenza di Cristo la visione dell’anima di Maria trafitta dalla spada, accomunando, in tal modo, la Madre al doloroso destino del Figlio. Così il santo vegliardo, mentre pone in luce la crescente ostilità a cui va incontro il Messia, sottolinea la ripercussione di essa sul cuore della Madre. Tale sofferenza materna raggiungerà il culmine nella passione quando si unirà al Figlio nel sacrificio redentore. Venendo dopo un accenno ai primi canti del Servo del Signore (cfr Is 42,6; 49,6), citati in Lc 2,32, le parole di Simeone ci fanno pensare alla profezia del Servo sofferente (Is 52,13-53,12), il quale, “trafitto per i nostri delitti” (Is 53,5), offre “se stesso in espiazione” (Is 53,10) mediante un sacrificio personale e spirituale, che supera di gran lunga gli antichi sacrifici rituali. Possiamo notare qui come la profezia di Simeone lasci intravedere nella futura sofferenza di Maria una singolare somiglianza con l’avvenire doloroso del “Servo”. […] Ella diventerà la fedele cooperatrice del Figlio per la salvezza del genere umano»; ID., Lett. enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), 16: «Quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell’incomprensione e nel dolore. Se un tale annuncio, da una parte, conferma la sua fede nell’adempimento delle divine promesse della salvezza, dall’altra le rivela anche che dovrà vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza a fianco del Salvatore sofferente, e che la sua maternità sarà oscura e dolorosa».

[16] CONC. ECUM. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, 58: «la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr Gv 19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrificio, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da Lei generata». La c.d. “Medaglia miracolosa”, fatta coniare dalla Vergine nel corso delle sue Apparizioni parigine di Ru du Bac (1830-1831), descrive sinteticamente il piano divino di salvezza, che passa attraverso il Cuore Immacolato di Maria.

[17] Secondo le definzioni dei primi Concili della Chiesa (Efeso e Calcedonia, soprattutto), Maria è Madre di Dio (theotókos), in quanto ha generato la sua natura umana passibile (DS nn. 250-251, 301), mentre la sua divinità non può che essere generata dal Padre; ed è pacifico che il sangue del Figlio, in cui è la salvezza, sia una manifestazione della sua potenza divina.

[18] J. RATZINGER-BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, II. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano 2011, pp. 80-81: «Giovanni, scegliendo al posto dell’espressione usata nella Bibbia greca per ‹ mangiare › la parola trōgein con cui Gesù nel suo grande discorso sul pane indica il ‹ mangiare › il suo corpo e sangue, cioè il ricevere il Sacramento eucaristico (cfr Gv 6,54-58), ha aggiunto una nuova dimensione alla parola del Salmo ripresa da Gesù come profezia sul proprio cammino. Così la parola del Salmo getta anticipatamente la sua ombra sulla Chiesa che celebra l’Eucaristia, nel tempo dell’Evangelista come in tutti i tempi: con il tradimento di Giuda la sofferenza per la slealtà non è finita. ‹ Anche l’amico in cui confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede › (Sal 41,10). La rottura dell’amicizia giunge fin nella comunità sacramentale della Chiesa, dove sempre di nuovo ci sono persone che prendono ‹ il suo pane › e lo tradiscono».

[19] Affisso in Croce, Gesù, dopo aver affidato il Discepolo alla Madre, chiede da bere, ma Gli viene dato aceto (cfr Gv 19,29s), cioè vino andato a male. Chi non troverebbe una stretta analogia col boccone porto a Giuda il traditore? Come a dire: alla fine dei tempi si vorrà tentare di “adulterare” anche l’Eucaristia; e tuttavia questo disegno non potrà prevalere, proprio a motivo dell’affidamento del Discepolo Amato alla Madre.

[20] L’apparente contrasto tra l’espressione pro multis, recitata durante la Preghiera Eucaristica della Santa Messa in lingua latina, risultante dai testi evangelici (Mt 26,27-28; Mc 14,24), e l’interpretazione «per tutti» data in alcune lingue, è così commentato dall’attuale Pontefice: «secondo la struttura linguistica del testo, l’‹ essere versato › non si riferisce al sangue, ma al calice; ‹ si tratterebbe quindi di un attivo “versare” del sangue dal calice, un atto in cui la stessa vita divina è donata abbondantemente, senza alcuna allusione all’agire di carnefici › … . La parola sul calice quindi non alluderebbe all’evento della morte in croce e al suo effetto, ma all’atto sacramentale, e così si chiarirebbe anche la parola ‹ molti ›: mentre la morte di Gesù vale ‹ per tutti ›, la portata del Sacramento è più limitata. Esso raggiunge molti, ma non tutti» (J. RATZINGER-BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret cit., p. 154). Il riferimento va naturalmente a Mc 10,39: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati»; difatti: «In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25, cfr Mt 26,29). Sulla questione vd. anche Lettera di Sua Santità Benedetto XVI al Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca (14 aprile 2012).

[21] La missione del Servo presenta in effetti delle significative analogie con quella dell’umile pastorello betlemmita, figlio di Iesse, che Samuele consacrò re, dopo aver scartato tutti gli altri sette figli apparentemente più titolati: «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1Sam 16,7). È dunque questo il criterio del giudizio divino: il Cuore. Isaia ci ricorda opportunamente che il Servo del Signore non ha apparenza né bellezza | per attirare i nostri sguardi (Is 53,2). Eppure il piccolo pastore, dopo aver abbattuto il gigante Golia, divenne re di tutto Israele. Al suo discendente, il suo virgulto, la promessa del Signore: «Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio» (2Sam 7,13s).

[22] Cfr Is 7,15: Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene. Il libro del Levitico enumera tutta una serie di norme vincolanti, previste nei casi di impurità della donna che aveva perdite di sangue, trasmessa a oggetti e persone (cfr Lv 15,25ss). Le norme sono valide anche nel caso in cui si tratti del sangue prezioso di Nostro Signore.

[23] «Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio. Abba, come lui chiamava il Padre. Io vi traccio la via, diceva. Seguite me e troverete il Padre e sarete tutti suoi figli e lui si compiacerà in voi» (Intervista di Francesco a Eugenio Scalfari, 1° ottobre 2013). Si tratta di un’affermazione che oggettivamente svuota di senso e di significato il Sacrificio in croce di Nostro Signore. Allarmanti anche le reiterate argomentazioni “papali” che vorrebbero mettere sullo stesso piano la Presenza reale di Cristo nel suo Corpo mistico e la Presenza sostanziale che è solo nell’Eucaristia: «Anche quel pane (eucaristico) ha bisogno di essere ascoltato, perché Gesù è presente e nascosto dietro la semplicità e la mitezza di un pane. E qui è Gesù nascosto in questi ragazzi, in questi bambini (disabili), in queste persone. Sull’altare adoriamo la Carne di Gesù; in loro troviamo le piaghe di Gesù. Gesù nascosto nell’Eucaristia e Gesù nascosto in queste piaghe. Hanno bisogno di essere ascoltate! … Gesù è presente nell’Eucaristia, qui è la Carne di Gesù; Gesù è presente fra voi, è la Carne di Gesù: sono le piaghe di Gesù in queste persone» (FRANCESCO, Incontro con i bambini disabili e ammalati ospiti dell’Istituto Serafico di Assisi, 4 ottobre 2013). Ma l’insegnamento di Cristo è chiaramente espresso: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).

[24] Si fa riferimento all’abolizione del culto nel Tempio di Gerusalemme, operata dal re seleucide Antioco IV Epifane, dall’autunno del 167 al 14 dicembre del 64 a.C.

[25] ὁ δὲ Ἰησούς εἶπεν αὐτοις· Τὸ ποτήριον ὃ ἐγὼ πίνω πίεσθε καὶ τὸ βάπτισμα ὃ ἐγὼ βαπτίζομαι βαπτισθήσεσθε.

[26] Significativamente le parole del Cristo sono indirizzate proprio ai due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni.

[27] Ricordiamo che il papa Giovanni Paolo II volle istituire questo particolare culto la II domenica di Pasqua – domenica in albis –, in occasione della canonizzazione della suora polacca Faustyna Kowalska (30 aprile 2000). Come a dire: disserrata definitivamente la strada verso la salvezza, grazie al Sacrificio dell’Agnello-Cristo – sangue –, essa viene sigillata da quello stesso sangue divenuto acqua.

[28] «Era una Signora, tutta vestita di bianco, più brillante del sole che diffondeva luce più chiara e intensa che un bicchiere di cristallo pieno di acqua cristallina, attraversato dai raggi del sole più ardente» (LÚCIA DOS SANTOS, Lucia racconta Fatima. Memorie, lettere e documenti di Suor Lucia, Brescia 19872, p. 118). Si racconta la Prima Apparizione, del 13 maggio 1917.

[29] Terza Parte del «Segreto», in CONGR. PER LA DOTTR. DELLA FEDE, Il messaggio di Fatima cit.

[30] J. RATZINGER, Commento teologico, in ibid.

[31] L’innominato Discepolo compare anche nella scena che dà avvio alla Passione di Cristo, nell’Orto del Getsèmani: Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro (Gv 18,15s). Occorrerà tenere a mente e leggere questo passo con occhi spirituali, quando anche il Corpo mistico di Cristo si avvierà verso il Golgotha.

[32] Le parole divine non esauriscono la loro portata nel solo “momento” storico in cui si compiono, ma vanno al di là delle barriere del tempo e dello spazio: la parola di Dio viva ed eterna è seme incorruttibile, che rigenera (cfr 1Pt 1,23), sorgente pura e perenne di vita spirituale (CCC 131). La morte di un cristiano presenta sempre delle forti analogie con la morte di Cristo stesso, specialmente se essa avviene in particolari circostanze.

[33] Sulla Pasqua ebraica cfr BENEDETTO XVI, Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), 10: «Questa cena rituale, legata all’immolazione degli agnelli (cfr Es 12,1-28.43-51), era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura. Infatti il popolo aveva sperimentato che quella liberazione non era stata definitiva, poiché la sua storia era ancora troppo segnata dalla schiavitù e dal peccato. Il memoriale dell’antica liberazione si apriva così alla domanda e all’attesa di una salvezza più profonda, radicale, universale e definitiva»; cfr Gv 6,58: «Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

[34] Ὁ ἀγαπητός. L’epifania divina ha come elemento culminante e chiarificatore la proclamazione del Figlio spirituale come l’«amato» da Gesù e, in questo vertice, Egli si rivela essere anche l’«amato» dal Padre. D’altronde, verifichiamo ancora una volta quale sia la “ragione” di questo amore: «Io sono il buon pastore … Per questo il Padre mi ama – διἀ τοῦτο ὁ πατήρ με ἀγαπᾷ –: perché io do la mia vita (per le pecore), per poi riprenderla di nuovo» (Gv 10,11.17).

[35] Cfr Is 49,3: Mio servo tu sei, Israele, | sul quale manifesterò la mia gloria.

[36] Se per l’identificazione di chi sia Pietro, nel tristo tempo nostro, credo non vi siano particolari difficoltà – il Papa Emerito Benedetto XVI –, per quanto riguarda invece il nome effettivo del Discepolo Amato, che tuttavia viene rivelato, occorre attendere lo sviluppo naturale degli eventi.

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