Il “sacrificio riparatorio” del Vescovo vestito di Bianco, per la transustanziazione del mondo

IL SIGNIFICATO DELLA “VIA DELLA MISERICORDIA DIVINA”, DI CUI HA PARLATO BENEDETTO XVI NEL SUO ULTIMO DISCORSO PUBBLICO

Santo Padre, cari fratelli,

65 anni fa, un fratello ordinato con me ha deciso di scrivere sulla immaginetta di ricordo della prima Messa soltanto, eccetto il nome e le date, una parola, in greco: “Eucharistómen”, convinto che con questa parola, nelle sue tante dimensioni, è già detto tutto quanto si possa dire in questo momento. “Eucharistómen” dice un grazie umano, grazie a tutti. Grazie soprattutto a Lei, Santo Padre! La Sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la Sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che Lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio. (…)

“Eucharistómen”: in quel momento l’amico Berger voleva accennare non solo alla dimensione del ringraziamento umano, ma naturalmente alla parola più profonda che si nasconde, che appare nella Liturgia, nella Scrittura, nelle parole “gratias agens benedixit fregit deditque”.

“Eucharistómen” ci rimanda a quella realtà di ringraziamento, a quella nuova dimensione che Cristo ha dato. Lui ha trasformato in ringraziamento, e così in benedizione, la croce, la sofferenza, tutto il male del mondo. E così fondamentalmente ha transustanziato la vita e il mondo e ci ha dato e ci dà ogni giorno il Pane della vera vita, che supera il mondo grazie alla forza del Suo amore.

Alla fine, vogliamo inserirci in questo “grazie” del Signore, e così ricevere realmente la novità della vita e aiutare per la transustanziazione del mondo: che sia un mondo non di morte, ma di vita; un mondo nel quale l’amore ha vinto la morte.

Grazie a tutti voi. Il Signore ci benedica tutti.

Queste sono le parole, pronunciate a braccio da Benedetto XVI lo scorso 28 giugno, nel corso della breve cerimonia convocata da Bergoglio nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico – in cui mette piede di rado –, in occasione del 65° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Joseph Ratzinger.

Parole in parte certamente da qualificare come “di circostanza”, poiché ci paiono invero una sottile presa in giro dell’interlocutore che aveva ordinato il raduno, in parte dirette a qualcun altro, che evidentemente aveva orecchie per intenderle.

In definitiva, possiamo argomentare – crediamo con una qualche fondatezza – che il “Cooperatore della verità”, fedele al suo motto episcopale, ha voluto palare ad uditori altri da quelli convocati nella sontuosa Sala vaticana, alla vigilia della solennità dei Santi Pietro e Paolo: uditori in grado di guadaganare quella pienezza di verità, di cui parla il Quarto Vangelo, laddove annuncia che essa – la “verità tutta intera” – sarebbe stata compresa solamente quando sarebbe venuto lo Spirito della verità (Gv 16,13).

“Eucharistómen”, quel breve motto scritto sull’immaginetta della Prima Messa del confratello del futuro Pontefice rimanda, come ci ha ricordato, alle parole del Canone romano: “gratias agens benedixit fregit deditque”. In questi brevi pensieri il “Papa emerito” ha voluto innanzitutto ribadire, in tempi di accesa confusione spirituale, quale sia la centralità del Sacerdozio nella vita della Chiesa: Cristo, Sommo Sacerdote e unico mediatore, ha fatto per la Chiesa un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre. Tutta la comunità dei credenti è, come tale, sacerdotale (CCC, 1546). Ma il sacerdozio ministeriale, che partecipa pur sempre all’unico sacerdozio di Cristo, si connota per la sua funzione di servizio, affinché la grazia battesimale si accresca in tutti i cristiani e Cristo stesso possa così costruire e guidare, mediante i suoi ministri, la sua Chiesa.

Quarantuno anni prima dell’ordinazione del giovane Ratzinger, altre parole venivano vergate sull’immaginetta della Prima Messa, da un umile Frate cappuccino: “Gesú, mio sospiro e mia vita, oggi che trepidante Ti elevo in un mistero di amore, con Te io sia per il mondo Via, Verità e Vita, per Te sacerdote santo, vittima perfetta”. In questa frase scritta col cuore dal giovane Padre Pio da Pietrelcina vediamo che c’è qualcosa che va oltre il semplice “ringraziamento”: c’è in effetti il programma di un’intera esistenza, che otto anni dopo si renderà davvero concreto, mediante l’impressione nella sua carne delle stigmate del Crocifisso. Da quel momento, il suo desiderio di essere “sacerdote santo, vittima perfetta”, si avvera appieno, poiché egli, presentandosi al mondo come «rappresentante stampato delle stigmate di Nostro Signore»[1], vivrà il suo sacerdozio come una immolazione costante sull’altare di Cristo.

A tal punto questo “sacrificio” del Padre sarà reale, che in mistico dialogo con Gesù stesso, angustiato dalla «mala corrispondenza degli uomini, specie di coloro consacrati a Lui e più da lui favoriti»[2], e per questo alla ricerca di altre anime che volessero condividere il suo sacrificio redentivo, si sentirà dire: «Ti associo alla mia passione»[3].

Ecco, vediamo che già in queste poche battute tra il Cristo e il suo fedele servitore c’è già esplicitata una verità che ci occorre assimilare nella sua profondità, per arrivare a comprendere il vero significato delle parole pronunciate a braccio, ma di sicuro meditate a lungo, dal Papa Benedetto, il quale certamente voleva anche rifarsi al messaggio di Fátima, la cui «missione profetica – ci ha ricordato alcuni anni or sono – non è ancora conclusa». Ed allora ci apparirà più chiaro che, per riparare ai “ministri infedeli”, i quali offendono il sacramento dell’altare proprio nella sua essenza – «macellai»[4], li aveva definiti il Signore in colloquio col Frate –, Egli esige una forma di “riparazione”: anime vittime, ancora di più: sacerdoti vittime.

Davanti a dei pastori che pascono se stessi (Ez 34,2.8s), i quali manovrando alle sue spalle, lo hanno persuaso alla “rinuncia”, lasciandoli così liberi di imporre al suo posto colui che ha due corna come un agnello, ma parla come un drago (Ap 13,11), cioè la “falsa vittima”, Benedetto XVI ha voluto ribadire il pilastro della vita di fede: il Sacrificio del Signore sul Calvario, che Lo lega in eterno alla sua Chiesa, la quale partecipa all’offerta del suo Capo, mediante il suo sangue versato per tutti; è il sacrificio della Messa, durante la quale, con la consacrazione, tutta la sostanza del pane si converte nella sostanza del Corpo del Cristo, e tutta la sostanza del vino in quella del suo Sangue, subendo, secondo la terminologia accettata nel Concilio di Trento, una transustanziazione[5].

Tuttavia, esiste pur sempre nella natura delle cose che questo patto di unione sponsale tra Cristo e la Chiesa subisca un’aggressione da parte di coloro che sono usciti da noi, ma non erano dei nostri (1Gv 2,19), di cui faranno certamente parte in diversi tra quanti hanno ascoltato dal vivo il discorso benedettiano del 28 giugno scorso. Ed allora, ci torna utile quello che abbiamo detto a proposito delle anime e dei sacerdoti vittime, poiché se si aggredisce l’essenza stessa della fede cristiana – il Sacrificio redentore del Salvatore del mondo –, sarà ancora più indispensabile una forma di “riparazione” la più radicale; a maggior ragione se questa aggressione viene portata dai più alti vertici nominali della gerarchia ecclesiastica.

L’Onnipotente, nella sua preveggenza, ha codificato precisamente come si dovrà agire in questo malaugurato caso, che si fa oramai concretissimo – l’abolizione del Sacrificio quotidiano per infedeltà al patto coniugale –: Se qualcuno commetterà un’infedeltà e peccherà per errore riguardo a cose consacrate al Signore, porterà al Signore, come sacrificio di riparazione, un ariete senza difetto – cioè immacolato –, preso dal gregge – la Chiesa – (Lv 5,15).

Tralasciando la spiegazione più approfondita della terminologia prescritta dalla Legge, di cui abbiamo discorso altrove, vogliamo invece qui trattare sinteticamente in cosa consista questo “sacrificio di riparazione”.

In sostanza, possiamo così descriverlo in maniera concisa: è un salire l’altare, da parte di colui che dovrà immolarsi fino alla fine, entrando in una comunione la più profonda possibile con il Sommo Martire, che è Cristo; un “salire l’altare” che implica un “salire il Monte”, fino alla Croce.

Questa concezione del sacerdozio è del resto chiaramente espressa nel pensiero di alcuni Padri, quali ad esempio San Cipriano, non a caso vescovo e martire, per il quale il calice del Signore predispone e rende degni del calice del martirio, poiché dà la forza del combattimento spirituale e della confessione del nome di Cristo[6]. Nella concezione ciprianea, la logica profonda del culto impone a colui che compie il sacrificio una completa identificazione col sacrificio stesso, fino ad arrivare a una totale assimilazione tra il celebrante e il Martirio di Cristo, al punto di diventare egli stesso martire[7]: Sacerdote è vittima.

Tuttavia, questa “salita del Monte” non potrà che riguardare il “Sacerdote-vittima”, in stretta unione con le altre membra del Corpo mistico di Cristo, così come descrive eloquentemente la Scena profetica di Fátima. Ed allora è necessario ritornare a una parola del Signore, di cui ci siamo occupati spesso, nella quale è già condensata questa sublime unione di destini: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati» (Mc 10,39).

La prima parte di questa parola del Cristo – bere e dare da bere dal calice – riguarda evidentemente l’atto sacramentale, proprio del Sacerdote. Questo gesto, come dice la Preghiera eucaristica, vale pro multis: sono coloro cha avranno accettato di unire le loro esistenze a quella del “Sacerdote-vittima” che sale il Monte, i quali esalteranno la loro dignità di figli di Dio, mediante il sangue dell’Agnello.

Scrive il papa Benedetto XVI, a proposito della divaricazione di significati che si è voluto talvolta dare alla tanto dibattuta espressione – pro multis –, contenuta nella Preghiera eucaristica, che nella traduzione in diverse lingue è stata intesa come per tutti: «secondo la struttura linguistica del testo – risultante dai testi evangelici – (Mt 26,27-28; Mc 14,24) –, l’‹ essere versato › non si riferisce al sangue, ma al calice; ‹ si tratterebbe quindi di un attivo “versare” del sangue dal calice, un atto in cui la stessa vita divina è donata abbondantemente, senza alcuna allusione all’agire di carnefici › … . La parola sul calice quindi non alluderebbe all’evento della morte in croce e al suo effetto, ma all’atto sacramentale, e così si chiarirebbe anche la parola ‹ molti ›: mentre la morte di Gesù vale ‹ per tutti ›, la portata del Sacramento è più limitata. Esso raggiunge molti, ma non tutti»[8].

Dunque l’atto sacramentale, proprio del Sacerdote, vale pro multis: per coloro, cioè, che riceveranno quello che l’Apocalisse chiama il sigillo del Dio vivente (Ap 7,2), il sangue dell’Agnello, che sarà segno di salvazione per una moltitudine che non possiamo ovvviamente quantificare, ma che la Scrittura indica con un numero simbolico: centoquarantaquattromila (Ap 7,4). Il “Servo sofferente” che offre se stesso in sacrificio di riparazione – dice difatti Isaia – giustificherà molti (Is 53,10s). Sono coloro – religiosi e laici – che si metteranno in cammino al seguito del Vescovo vestito di Bianco, che incede “mezzo tremulo, con passo vacillante”, sino in cima alla montagna dove, sotto la Croce, la sua riparazione potrà dirsi completata.

Questo epilogo terreno, che è passaggio alla vita soprannaturale – poiché in quella Visione è descritta l’ascesa delle anime a Dio, per mezzo del sangue del Trafitto – è invece raccontato dalla seconda parola del Signore, da cui ha avuto inizio la nostra riflessione – «nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati» –: si tratta infatti, come ogni volta in cui il Cristo parla di Sé, di un battesimo di sangue (Lc 12,50).

In definitiva, possiamo già intuitivamente comprendere che queste due parole del Signore – calice e battesimo, sangue e acqua – riassumono completamente l’espressione adoperata da Benedetto XVI nel suo breve saluto – “transustanziazione del mondo” –, poiché esse, alla fine di questa faticosa ascesa verso la Croce saranno diventate due azioni “cosmiche”, le quali dinamicamente si compenetreranno, fino a divenire un’unica realtà: il sangue che diventa acqua, il segno di Cana che si completa definitivamente, la carne che si sposa con lo spirito proprio mediante il sangue dell’Agnello immacolato che lava, rendendo “sorprendentemente” candide – immacolate –, le vesti dei redenti (cfr Ap 7,14); e con essi, anche l’intera Creazione, che come ricorda l’Apostolo geme e soffre le doglie del parto (Rm 8,22), “muterà sostanza”, configurandosi a Dio.

Questo dinamismo ha come centro generatore il “Servo sofferente” stesso, o più propriamente il sangue che, per intervento della nostra Avvocata celeste, fluirà in lui, quando il vino verrà a mancare; poiché Egli deve lavare nel vino la sua veste (Gn 49,11), cioè il suo corpo reso imperfetto dal furore satanico manifestatosi contro la sua carne, che è stata immolata in empi riti (cfr Ap 5,9); ed inoltre, bevendo e dando da bere dal suo calice, laverà nel sangue dell’uva il suo manto, che è figura della Chiesa. In questo modo Egli realmente potrà condurre la natura umana in una comunione nuziale con Dio: dal sangue all’acqua.

Ed allora, ecco allora cosa voleva comunicarci il Papa Benedetto, nel giorno in cui ricordava la sua Ordinazione sacerdotale: solo il sangue dell’Agnello può operare la “transustanziazione del mondo”. E io aggiungo: solo il sangue dell’Agnello ha il potere di vincere l’accusatore, il Satana (Ap 12,11). Esso è in definitiva la vera pietra che stritola coloro i quali avranno osato ribellarsi a Dio, pretendendo di essere come Dio (cfr Lc 20,18; 2Ts 2,4ss).

Benedetto XVI ha voluto lasciarci questo sintetico “discorso eucaristico”, per rammentare a tutti dove sia il pericolo vero e reale, che certe spericolate derive protestanti, le quali nella neo-Chiesa godono di immenso favore, come pure del sostegno interessato dei mezzi di comunicazione di massa che la fiancheggiano, stanno facendo emergere in tutto la loro concreta portata, che è catastrofica; poiché questa gerarchia che si dice cattolica, la quale pretendendo di rappresentare la Chiesa, dispone del potere di modificare e di sostituire, si appresta proprio al venir meno al vincolo sponsale che il Signore consegnò dall’alto della Croce, per mezzo del suo preziosissimo sangue datole in dote: Donna meretrice, che alla “transustanziazione” del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del suo Signore, che ha tradito, non crede più, ammaliata dalle seduzioni facili, che si accinge a celebrare il peggiore eresiarca con gli eretici, voltando le spalle a Cristo e alla sua vera Chiesa, che presto o tardi consegnerà al carnefice. Donna infedele, che tradisce lo Sposo preferendoGli i re di questa terra, i quali le hanno promesso ori e porpore, e con il vino della sua prostituzione – il frutto corrotto della sua copula satanica, che sostituirà a breve il frutto della vite bevuto dal Cristo –, si apparecchia a stordire ed infine ad avvelenare gli abitanti di questa terra (cfr Ap 17,2ss).

Il papa Benedetto ha parlato, nel suo discorso, anche di “via della Misericordia Divina” che conduce a Gesù. Ma in verità la neo-Chiesa bergogliana, proprio per quello che abbiamo detto, non possiede affatto né si propone questo auspicabile traguardo; essa non percorre alcuna via che conduca a Cristo, e tramite di Lui al Padre del Cielo, poiché sta facendo impantanare il popolo di Dio in terreni melmosi, in cui il piede affonda e fatica a liberarsi dalla morsa di fango. Avvertiamo anzi con crescente dolore, che questo misero orizzonte che sta calando sulle nostre esistenze, il quale parrebbe precluderci ogni altro balzo, ci riduce a contare con un’angoscia che va sempre più gonfiandosi i passi che rimangono da percorrere prima dello sbarramento finale, il quale non potrà essere superato senza ausili soprannaturali straordinari: non una strada, non una “via della Misericordia Divina”, quella della neo-Chiesa, ma un ristretto e oscuro vicolo cieco.

Eppure la Scrittura ci rassicura circa il passaggio ristretto, la breccia che verrà comunque praticata da un piccolo resto, e dalla sua Guida in primis che l’aprirà nel muro insuperabile; essa ci rinfranca e già ci permette di cogliere il riverbero di un raggio di luce che fa fatica a fendere il velo, in un angolo ancora remoto di questo cielo soffocante che ricopre questa nostra terra, nella quale anche la natura si sta rivoltando contro l’uomo che la calpesta. Dice infatti il profeta: Chi ha aperto la breccia li precederà; | forzeranno e varcheranno la porta| e usciranno per essa. | Marcerà il loro re innanzi a loro| e il Signore sarà alla loro testa (Mi 2,12s).

Dovrà pur essere così – ed il messaggio di Fátima in verità ce l’assicura –, poiché noi abbiamo l’incrollabile fiducia che la Chiesa rimanente potrà celebrare, seppure nella massima tribolazione, la sua ultima Pasqua, l’ultimo passaggio che conduce al Regno: Si formerà una strada per il resto del suo popolo che sarà superstite dall’Assiria, come ce ne fu una per Israele quando uscì dalla terra d’Egitto (Is 11,16). Come l’antico Israele – dice Isaia –, la Chiesa di Cristo potrà infine percorrere la sua strada di salvezza, che è anche – questa sì, davvero – una “via della Misericordia Divina”: dal sangue dell’agnello all’acqua del Giordano, si mosse il popolo dell’antica Alleanza; dal calice bevuto e dato da bere dal Pastore buono, abbiamo visto – sangue dell’Agnello –, al battesimo palingenetico che lava ogni macchia e rigenera il mondo – acqua immacolata –, si muoverà il popolo dell’Alleanza eterna, che è la Chiesa (cfr Mc 10,39).

Tutto questo sarà possibile esclusivamente grazie a quel “Servo sofferente”, Pastore nuovo, che la Madre della Chiesa s’incarica di presentare a Dio e di svelare agli uomini, per evitare l’irreparabile: virgulto e radice, che portando i peccati altrui, giustificherà molti, lavandoli nel suo sangue, mediante il sacrificio di riparazione cui si sottoporrà liberamente (cfr Is 53,10s).

La Scena profetica di Fátima, che la Madre Immacolata presentò ai tre bambini di Aljustrel il 13 luglio 1917, ci fa oramai sempre più chiaramente cogliere il vero, oltre la coltre di nebbia che esala dalla terra melmosa, sopra la quale muoviamo i nostri passi esitanti: dopo quello che abbiamo detto, ognuno forse potrà comprendere, nel suo reale significato, che il “sacrificio riparatorio” del Vescovo vestito di Bianco, donato in oblazione dalla Madre Immacolata della Chiesa, portato ai finali esiti sotto la Croce, traguardo e culmine verso il quale è orientata la storia umana, è la vera “via della Misericordia Divina”.

Non ci resta ancora che di gettare i nostri sguardi pietosi su quanti invece avranno rifiutato questa possibilità di salvezza voluta dal Creatore ab initio: il Vescovo, che è in quel brano profetico è denominato anche “Santo Padre”, ma che non potrà ovviamente essere Benedetto XVI, prima di arrivare alla sua meta, dovrà attraversare – dicono le parole messe per iscritto da Suor Lucia – “una grande città mezza in rovina”, che è immagine di quelle realtà terrene le quali, come Sodoma e Gomorra, avranno rifiutato Dio, non avendo dato alcun credito alle allarmate parole proferite in terra lusitana dalla Senhora da mensagem. Eppure Ella aveva mostrato, come “Prima parte del Segreto” proprio la terribile realtà della dannazione eterna: «Avete visto l’Inferno, dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato»[9].

Noi tutti ci auguriamo che questo catastrofico scenario, che purtroppo non è più evitabile, sia limitato quanto più possibile; e per questo è necessario intercedere, pregare e soffrire. Anche Colui che sarà vestido de Branco e che “salirà il Monte“ è chiamato certamente a dare il suo quotidiano contributo.

A quest’uomo estraneo al mondo che, per amore della Madre che lo ha generato nel dolore, per il bene della Chiesa, che è aggredita come mai prima, ha offerto le primizie della sua giovinezza e le afflizioni della sua maturità, tocca il compito di infilare uno dopo l’altro i suoi passi vacillanti, fino a unire perfettamente il suo estremo Sacrificio a quello del suo Maestro, cosicché ciascuno di noi che lo desideri possa inserirsi totalmente in quel “grazie” del Signore di cui parlava il papa Benedetto, percorrendo la “via della Misericordia Divina” – quella vera –, al termine della quale c’è la reale “transustanziazione del mondo”, che si avvera nel sangue di Lui, del Pastore che diviene agnello. Quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28 ).

Questo nostro mondo si sostiene unicamente ai chiodi conficcati nella carne del Salvatore degli uomini. Se qualcuno si prefigge di strapparli, sarà necessario ribattere quelle punte acuminate nel suo Corpo mistico: Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.

 

* * *
[1] PAOLO VI, Parole rivolte ai Superiori generali dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini (20 febbraio 1971).
[2] Sono espressioni uscite dalla stessa bocca del Santo Sacerdote, che egli riportò durante un interrogatorio, cui si sottopose per volontà superiore, nelle quali ricordava le parole comunicategli da Nostro Signore in Croce la mattina del 20 settembre 1918, giorno in cui ricevette le stimmate permanenti (F. CASTELLI, Padre Pio sotto inchiesta. L’«autobiografia» segreta, Milano 2008).
[3] Ibid.
[4] Lettera di Padre Pio a padre Agostino, del 7 aprile 1913 (Epist. I, pp. 198-199).
[5] CONCILIO DI TRENTO, Sess. 13ª, Decretum de Sanctisima Eucharistia, c. 4 : DS 1642.
[6] CYPR., Epist. 57,2 : CSEL III/2, pp. 651-652 : At vero nunc non infirmis sed fortibus pax necessaria est nec morientibus sed viventibus communicatio a nobis danda est, ut quos excitamus et hortamur ad prœlium non inermes et nudos relinquamus, sed protectione sanguinis et corporis Christi muniamus, et cum ad hoc fiat eucharistia ut possit accipientibus esse tutela, quos tutos esse contra adversarium volumus, munimento dominicæ saturitatis armemus.
[7] Cfr. CYPR., De dom. orat. 24 : CSEL III/1, p. 285: Merito ille dum in sacrificio Dei talis est, ipse postmodum sacrificium Deo factus est, ut martyrium primus ostendens initiaret sanguinis sui gloria dominicam passionem qui et iustitiam Domini habuerat iet pacem. Il santo Vescovo confidava difatti: sperabatur iam iamque carnifex veniens, qui devota sanctissimæ victimæ colla percuteret: et sic erant omnes dies illi quotidiana expectatione moriendi, ut corona singulis posset adscribi (PONT., Vita Cypr. 14 : CSEL III/3, p. CV).
[8] J. RATZINGER-BENEDETTO XVI, Gesù di Nazareth, II, Città del Vaticano 2011, p. 154.
[9] LÚCIA DOS SANTOS, Memorie di suor Lucia (Terza Memoria, 31 agosto 1941), 8ª ed., Fátima 2005, p. 119.

 

 

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