Il contenuto teologico del Terzo Segreto di Fátima

IL SACRIFICIO DEL VESCOVO VESTITO DI BIANCO, OFFERTA RIPARATRICE DELLA MADRE IMMACOLATA

Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.

 

Questa è la parte resa nota del cosiddetto Terzo Segreto di Fátima, che la suora portoghese Lúcia dos Santos mise per iscritto quando si trovava nella Casa delle Suore di Santa Dorotea di Tuy (Galizia, Spagna), su precisa richiesta del vescovo di Leiria D. João Alves Correia da Silva, il 3 gennaio 1944.
È oramai accertato che esiste una parte del messaggio mariano mai pubblicata, e che in pochi conoscono nella sua integrità; tra questi, il Papa emerito Benedetto XVI. Tuttavia, anche partendo da questa Visione fatta conoscere nel corso del Grande Giubileo del 2000, è possibile comprendere la reale portata teologica del messaggio mariano consegnato ai piccoli Veggenti, nel lontano 1917. Ecco, vediamo di trovare la giusta chiave di lettura:

in un mondo che ha smarrito il senso del peccato, sul quale pende, proprio per questa ragione, un decreto di castigo imminente, che l’Angelo con la spada di fuoco è incaricato di concludere, ecco che compare l’Immacolata Madre di Dio e della Chiesa, la quale frena questo intento distruttore. Come fece rilevare anche il card. Ratzinger nel suo “Commento teologico” al Messaggio di Fátima, il libro dell’Apocalisse contiene almeno un passaggio dove questa minaccia incombente è presente. Ci torna alla mente soprattutto quello dell’angelo con il sigillo del Dio vivente, che trattiene la furia delle altre creature celesti pronte a devastare questo nostro mondo: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio» (Ap 7,3).

Nelle parole dei Veggenti, l’Immacolata, se da una parte invia il suo splendore verso le fiamme distruttrici – e non verso l’Angelo, come vorrebbe un’errata traduzione in Italiano del passo in questione –, dall’altra presenta Colui il quale di fatto impedisce, nel suo essere parte della Chiesa pellegrina su questa terra, anzi il suo vero Capo, che il mondo intero venga incenerito a motivo delle proprie abominazioni: in una luce immensa che è Dio viene veduto un Vescovo vestito di Bianco, che i Pastorelli presentono essere il “Santo Padre”.

Il “Vescovo vestito di Bianco”, il “Santo Padre”: mai, in questa Visione, compare il termine che che ci parrebbe più opportuno: “Papa”. Perché? Semplicemente perché Egli non è un Successore di Pietro, non un Vescovo di Roma. Vediamo di comprendere le motivazioni più profonde e definitive di ciò: con la rinuncia di Benedetto XVI il principio petrino, classicamente inteso, si è “esaurito” per oramai evidente sopraffazione, con le conseguenti ripercussioni, che sono di portata colossale: tolto il katéchon, quel potere frenante che impedisce la manifestazione del mistero dell’iniquità di cui parla San Paolo (2Ts 2,7), preso cioè atto che il ruolo di Pietro è stato rigettato, abbiamo in questo nostro tempo di travaglio l’annuncio della parusia dell’iniquo.

Ma l’Apostolo ci ricorda che solo una figura “di altro tipo” potrà sovvertire l’esito che parrebbe fatale per la Santa Chiesa. Pietro si ritrae dalla lotta in campo aperto, si ritira nel suo “Recinto” – che è suo e di nessun altro, perché Pietro è lui –, prega e intercede per la Chiesa, mentre invece interviene, proprio in questo tempo che ci tocca di vivere, l’altro “principio” che sussiste nella Chiesa: quello nel quale consiste in definitva il “non prævalebunt”. Sì, perché “viene” sempre più in fretta l’ora della Madre, che è anche l’ora del Discepolo amato, il quale sotto la Croce la prese con sé. La dimensione mariana della Chiesa antecede quella petrina, pur essendole strettamente unita e complementare. Maria, l’Immacolata, precede ogni altro, e, ovviamente, lo stesso Pietro e gli apostoli[1], e la precede perché la Chiesa è stata generata dal costato aperto del Signore dormiente sulla Croce, donde fuoriuscirono sangue e acqua, presenti i due Dolenti (Gv 19,34).

Se a Lui, ancora in vita, ma tormentato dalla sete, venne dato da bere aceto, cioè vino andato a male, alla Chiesa agonizzante, che è del tempo nostro, verrà somministrata la stessa corrotta bevanda, poiché l’intento ultimo dell’anti-Chiesa non è nient’altro che quello di bandire dalla faccia della terra il vino che venne anticipato durante le Nozze canensi e che scorse per l’eternità sul Golgotha. Sì, per l’eternità, malgrado tutto, perché prima di spirare, prima di sigillare col suo ultimo fiato ciò che era stato compiuto, il Cristo diede alla Donna il nuovo “figlio”: figlio amato da Lui, pendente dal Legno.

E la lama del milite, che squarciò quella Carne inanimata, concluse provvidenzialmente l’Opera divina: «Il Cuore Immacolato di Maria, aperto dalla parola “Donna, ecco il tuo figlio”, si incontrò spiritualmente col Cuore del Figlio aperto dalla lancia del soldato»[2]. In queste parole del papa Giovanni Paolo II, pronunciate nel corso del suo primo pellegrinaggio al Santuario portoghese, è condensato tutto il mistero dell’umana Redenzione, nel suo finale esito che ci avviciniamo a toccare con mano nel tempo nostro.

La Madre della Chiesa è Madre fino alla fine: Ella mai potrà abbandonare i suoi figli al loro destino, che già si prospetta rovinoso. Ed ecco allora che Ella, Mediatrice e Avvocata come a Cana di Galilea, consegna il proprio gesto “sacerdotale” – il “principio mariano” che subentra –, quell’offerta di quel “figlio spirituale”, quella sua debole e povera carne data in oblazione e presentata al Padre col proprio Immacolato Cuore: il Vescovo vestito di Bianco – che tale non è ancora –, nel cui corpo il Padre genererà il sangue, quando il vino verrà a mancare: la spiegazione teologica del Trionfo del Cuore Immacolato di Maria, mediante quel Vescovo “consacrato” direttamente da Dio. Si spiega così la motivazione più profonda dell’accanimento dell’anti-Chiesa contro il matrimonio sacramentale; perché, come dice l’Apostolo, l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! (Ef 5,31s).

È questa, in definitiva, la massima Grazia di cui, per singolare privilegio, può disporre la Madre della Chiesa, Mediatrice di tutte le grazie, quella cioè di corredimere, di partecipare alla Redenzione dei suoi figli, dando in “riparazione” il figlio nell’ordine della grazia che Le è stato affidato.

Cos’altro dicono le parole introduttive della Visione di Fátima, se non che sta per venire proprio l’ora di Lui, di questo suo figlio a cui si sente legata da un vincolo specialissimo? Poiché mentre Ella invia il suo splendore contro le fiamme che vorrebbero avvampare l’intero mondo, ecco che invece presenta in “riparazione” il Vescovo vestito di Bianco, veduto in una luce immensa che è Dio.

Da mettere nella opportuna evidenza la reale grafia, che in ogni caso non avrebbe giustificata motivazione ortografica, con la quale la Suora portoghese indica il personaggio principale della Visione: “Bispo vestido de Branco”, con le due iniziali maiuscole.

Questo, che in apparenza potrebbe sembrare un minimo, insignificante dettaglio, rivela in verità molti aspetti incogniti dell’intero messaggio di Fátima. Il “Vescovo” è un membro della Chiesa che possiede in pienezza il ministero sacerdotale ordinato, strumento di Dio per la santificazione del suo popolo: è il “perfetto Sacerdote”; “vestito di Bianco”, perché il suo candore, nel quale si presenta alla fine del suo percorso mortale, attiene non tanto all’abito che indossa, quanto piuttosto alla sua condizione interiore, alla sua purezza riconquistata, alla sua “immacolatezza”. Colui che “sale il Monte”, che offre la propria vita per impedire la catastrofe, che sa di essere la “vittima”, che ha imparato a poco a poco a prendere cognizione del suo stato vittimale, sussistente sin dalla sua venuta al mondo, è abilitato a guidare questo cammino di salvezza perché, come dice il Salmo, ha mani innocenti e cuore puro (Sal 24,4). Cuore puro di figlio, unito in singolarissimo vincolo spirituale a Colei che, pur amandolo di un tenerissimo amore, lo sacrifica per la salvezza di molti. Per questa ragione, facendosi forza di questo viscerale legame, il figlio si vede perennemente e misticamente abbracciato alla sua Madre celeste che, come ogni figlio della Chiesa, lo ha partorito nel dolore sotto la Croce.

Quest’uomo sofferente e perseguitato, rifiutato e contrastato a motivo di ciò che Egli è, che la piccola Jacinta Marto vide un giorno offeso e aggredito mentre era in preghiera[3], cioè il vero Capo della Chiesa – e perciò il “Santo Padre” –, guida l’Esodo finale del piccolo gregge superstite rimasto fedele al Vangelo, composto da religiosi e laici, fin sopra il Monte, dove i Veggenti videro svettare una grande Croce grezza, culmine della storia umana: una Croce, si badi bene, senza Crocifisso, proprio perché si voleva alludere alla valenza sacrificale del gesto “riparatorio” compiuto fino alla fine dal Vescovo: vittima e sacerdote.

Nella sconfitta, secondo i canoni di questo mondo – perché Egli consegna liberamente la sua vita ai suoi carnefici, come agnello condotto al macello (Is 53,7), ripercorrendo la Via Dolorosa del suo Maestro e Signore, di cui si dichiara “Servo” obbediente –, Egli in verità si rivela essere il vero Vincitore, proprio perché la sua missione, quella cioè di porsi a guida del gregge che gli è stato rimesso, “il suo gregge”, può dirsi compiuta con pieno successo (cfr Is 52,13). Pur nella tribolazione finale, così come predetto dalla Scrittura, la vera Chiesa, proprio rivivendo la Passione del Signore, accede al Regno dato in parola: sopra il Monte, che è il luogo dove il Signore si fa vedere (Gn 22,14), tutto si compie, si completa il cammino della Chiesa militante, ancora pellegrina in questa nostra dimensione spazio-temporale, nel suo ricongiungersi all’Ecclesia trionfante (CCC 677).

Questi sono i redenti, i Martiri, coloro i quali nella “grande tribolazione” apocalittica che già s’intravede nella bruma che sta calando sulle nostre vicinissime stagioni, metteranno in salvo la propria anima: vestiti di bianco, dice il testo apocalittico (Ap 7,13), perché al seguito di Colui che è il “Vestito di Bianco” che li conduce alla salvezza, il figlio spirituale di Colei che, discesa quasi un secolo fa sopra il leccio sacro, era stata descritta dai Bambini della Cova da Iria come la “Signora vestita di bianco”.

Le anime dei cadaveri, che il Vescovo incontra lungo il suo cammino, di coloro i quali abitavano nella “grande città” incenerita, proprio perché miscredente, anzi abietta, appartengono invece a quanti non avranno accettato il disegno salvifico desiderato dalla Madre della Chiesa: sono purtroppo le moltitudini ammaliate dalle seduzioni idolatre, concepite dall’anti-Chiesa bergogliana: gli “abitanti della terra”, i sudditi imprigionati dalle maglie sempre più strette messe a punto dai padroni di questo mondo di tenebra che stanno aggiogando l’umanità intera, per ridurla in catene fino a farla cadere in una perpetua condizione servile: umanità immonda e anticristiana, manovrata da quell’entità mostruosa che l’Apocalisse appella Babilonia.

 

Quanti saranno coloro i quali sfuggiranno a questo disegno di sterminio spirituale? Nessuno può dirlo a priori, perché molto dipenderà dalla risposta che ciascuno darà agli appelli della Vergine di Fátima, dalla velocità e dalla maniera in cui il Corpo mistico di Cristo troverà al suo interno le forze necessarie a che venga dato pieno esaudimento alla promessa del Signore – non prævalebunt –, la quale in ultimo non potrà che consistere nella reazione che mostrerà di dare ogni membra di questo Corpo sublime che è la Chiesa, nel far emergere e riconoscere nella sua interiorità il suo vero Capo, il Vescovo vestito di Bianco della Visione di Fátima, e dalle capacità che Costui dimostrerà di avere in concreto sul campo.

«Avete visto l’Inferno, dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato»[4]. Sono le parole consegnate dalla Vergine alla Suora portoghese che ne fece memoria e le mise per iscritto. Esse, in questa temperie di rovina generale, ci indicano perciò la vera direzione, che solo Lei può determinare.

 

La Visione profetica contenuta nel cosiddetto Terzo Segreto di Fátima prefigura pertanto la Passione della Chiesa e l’estremo sacrificio del Pastore che si fa agnello: stirpe eletta dell’Immacolata che schiaccerà la testa del serpente (Gn 3,15). Sopra il Monte la carne si sposa definitivamente con lo spirito: il Matrimonio che era già stato annunciato nell’Incarnazione del Verbo, si completa sotto la grande Croce veduta dai Pastorelli di Fátima. Il terzo giorno vi fu una festa di Nozze a Cana di Galilea e c’era la Madre di Gesù. Fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,1s). Il terzo giorno, che è il giorno della Resurrezione, noi invitati ci sposeremo definitivamente col Dio fattosi carne, risorgendo a vita immortale mediante quel vino buono promesso a Cana di Galilea, vino nuovo che viene dal Cielo, proprio in questi tempi finali che si appressano, versato in otri nuovi. E per questa ragione possiamo dirci certi che sulla Chiesa le potenze degli inferi non prævalebunt

poiché tuo Sposo è il tuo creatore,
Signore degli eserciti è il suo nome;
tuo redentore è il Santo d’Israele,
è chiamato Dio di tutta la terra.
(Is 54,4s)

 

 

* * *
[1] GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 27, nt. 55.
[2] ID., Omelia durante la Santa Messa celebrata nel Santuario di Fátima (13 maggio 1982).
[3] LÚCIA DOS SANTOS, Memorie di suor Lucia, I, Fátima 2005, 8ª ed. (III Memoria, 31 agosto 1941), pp. 124-125. Questo il racconto della piccola Veggente: «Un giorno andammo a passare le ore della siesta sul pozzo dei miei genitori. Jacinta si sedette sulle lastre del pozzo; Francisco venne con me a cercare del miele selvatico, tra le spine d’un pruneto che c’era presso una scarpata vicina. Dopo qualche tempo, Jacinta mi chiama. ‹ Non hai visto il Santo Padre? › ‹ No! › ‹ Non so com’è stato! lo ho visto il Santo Padre in una casa molto grande, inginocchiato davanti a un tavolo, con le mani sul volto, in pianto. Fuori dalla casa c’era molta gente, alcuni tiravano sassi, altri imprecavano e dicevano molte parolacce. Povero Santo Padre! Dobbiamo pregare molto per Lui! › Già dissi come, un giorno, due sacerdoti ci avevano raccomandato di pregare per il Santo Padre e ci avevano spiegato chi era il Papa. Jacinta poi mi chiese: ‹ È il medesimo che io vidi piangere e di cui quella Signora ci parlò nel segreto? › ‹ Sì › le risposi. ‹Certamente quella Signora l’ha fatto vedere anche a questi due preti! Vedi? non mi sono sbagliata. Bisogna pregar molto per Lui ›. In un’altra occasione, andammo alla grotta del Cabeço. Arrivati lì, ci prostrammo a terra a dire le preghiere dell’Angelo. Dopo un po’, Jacinta si alza e mi chiama: ‹ Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono di fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con Lui? ›. Alcuni giorni dopo, mi chiese: ‹ Posso dire di aver visto il Santo Padre e tutta quella gente? › ‹ No. Non vedi che fa parte del segreto? Che così lo scoprirebbero subito? › ‹ Va bene, allora non dirò niente › ».
[4] Ibid. (III Memoria, 31 agosto 1941), p. 119; (IV Memoria, 8 dicembre 1941), p. 204.

 

 

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